Attansiòn: il seguente pezzo contiene spoiler. Continuate la lettura se avete già visto YOU o siete appassionati della pratica delle anticipazioni.

Stando ai dati che comunica Netflix, You ha avuto più di quaranta milioni di spettatori durante il suo primo mese sulla piattaforma, e non è difficile crederlo: la serie racconta di un giovane libraio che si innamora di un’aspirante scrittrice e che farà di tutto – davvero di tutto – per stare con lei, in una New York molto contemporanea e molto millennial, invasa dai social network.

Il libraio Joe (Penn Badgley, il Dan Humphrey di Gossip Girl) è un bravo ragazzo, uno di quelli ancora convinti che l’amore possa trionfare su ogni cosa; peccato che sia anche uno psicopatico e che il suo amore debba affrontare molti ostacoli: l’aspirante scrittrice Beck (Elizabeth Lail, già vista in Dead of Summer e in Once Upon a Time) ha un ragazzo – il divertentissimo stereotipo dello startupper hipster interpretato da Lou Taylor Pucci – e delle amiche, tra cui la discutibile ricca snob Peach Salinger (Emily Fields, Pretty Little Liars) e l’instagramer Annika (Kathryn Gallagher).

Proprio come Gossip Girl, il ruolo dei social è importantissimo in You, ma questo non è un teen drama, è un thriller psicologico che esplora le ossessioni – quelle moderne e quelle che esistono da sempre.

A un certo punto della serie, nell’ottavo episodio, Joe dice “Addiction is a monster” – la dipendenza è un mostro – ed è di questo che parla la serie: c’è la dipendenza reale, fisica, della vicina Claudia o del ragazzo di Beck; c’è quella affettiva che a volte scivola nella violenza psicologica e altre invece sfocia in quella vera e propria; e c’è quella da social media, dal giudizio degli altri, dall’immagine di noi che decidiamo di dare al mondo.

Da brava serie americana molto mainstream, e secondo i dettami classici dei generi “di paura” come il thriller e l’horror, You ha un fondo moralista quando ci parla di social media: ci mette in guardia dal non esagerare – stranger danger, si dice in inglese. Con un po’ di ingegno è possibile scoprire tutto su di noi e usare le informazioni per ingannarci, per trovarci, per sfruttarci e magari pure per ammazzarci. O per farci sembrare ancora vivi. Se pure queste sono le conseguenze estreme, è vero che la fenomenologia dello stalking – la tematica iniziale di You, prima delle sue evoluzioni di puntata in puntata – è cambiata con l’avvento dei social media. È stato reso più facile e non si limita alla sola persecuzione fisica.

Di più, You posiziona lo spettatore direttamente all’interno della testa di Joe, con la sua voce narrante sempre presente – a tratti inquietante e a tratti ironica, quando non isterica – a commentare tutto quello che vediamo sullo schermo. A volte funziona, costruendo un’ironia drammatica – ovvero quando lo spettatore conosce più elementi dei personaggi sullo schermo – che riesce a intrattenere, a divertire e a tenere incollati; altre volte invece sembra di guardare in loop la sesta puntata della quarta stagione di BoJack Horseman, quella in cui il nostro amato cavallo continua a darsi del pezzo di merda in un delirio di alcol e psicofarmaci.

Magistrale, eh, ma pensate se durasse quattrocentocinquanta minuti.

Al di là di questo, l’operazione che You compie – l’identificazione con lo psicopatico – non può che far ragionare: spesso ci comportiamo come Joe; non possiamo fare a meno di recuperare più informazioni possibile sulle persone che ci interessano, di entrare digitalmente nelle loro vite; arriviamo a un’intimità telematica e a un’idealizzazione dell’oggetto del desiderio che però è al tempo stesso influenzata da come l’oggetto stesso si pone nel mondo digitale. È voyeurismo ed è voglia di essere guardati.

Ed è qui che entra in gioco il titolo, con uno scarto grammaticale e semantico che non si può rendere in un’altra lingua: You non rappresenta solo l’ossessione di Joe per Beck, ma è anche You nel senso di tu/voi. Quando nei titoli di testa la appare la parola e si colora di sangue, è la serie che parla direttamente a noi spettatori, che ci dice “Attenti, stiamo parlando di voi. In un ruolo o nell’altro, voi vivete questa storia”.

Metaforicamente, si spera.

Al di là dei diversi gradi di disagio psicologico, You riesce a fare bene un’altra cosa: riesce a parlarci di come funzionano le relazioni adesso; non solo per i social media, ma per il carico emotivo e per le preoccupazioni che riguardano i millennial in generale, dipingendo il ritratto di una generazione divisa tra la superficialità, la leggerezza e il desiderio di esperienze profonde e totalizzanti. Certo, lo fa sempre con il filtro del thriller, ma anche con citazioni pop (da Harry Potter a Game of Thrones, passando per il caso Weinstein e le Kardashian) per dirci che è davvero, profondamente, radicata nel mondo del qui e ora, individuando di sbieco lo Zeitgeist meglio, forse, di altre concorrenti della famiglia Netflix come Thirteen Reasons Why o Baby. Una tensione, questa, espressa bene attraverso la fotografia della serie: dove ci aspetteremmo i toni freddi – blu-verdi – del thriller, You usa invece colori caldi, rassicuranti.

È naturale, con una pluralità di temi così importanti, che qualcosa debba essere sacrificato. In questo caso, si tratta dello sviluppo drammaturgico: spesso la trama avanza per coincidenze e colpi di fortuna, costruendo situazioni al limite del trash che strappano un sorriso, con leggere forzature della realtà che non giovano molto alla verosimiglianza complessiva; ma per ogni volta che succede questo c’è anche un contrappeso: un oggetto, un’informazione o un evento che torneranno utili più avanti, garantendo qualche soddisfazione e qualche brivido allo spettatore, soprattutto quando si arriva al finale – magnifico. Certo, c’è anche un ripetitività di alcuni meccanismi narrativi, ma è bello pensare che sia voluta, e funzionale a sottolineare l’ossessione che il nucleo della serie.

È notizia di pochi giorni che You avrà una seconda stagione – stanno già girando i nuovi episodi – anche se è difficile immaginare come si evolverà la storia, visto l’alto tasso di mortalità dei personaggi.

Scritto da Alessio Posar