I famigerati Millennial sono ormai da qualche anno una sorta di macrocategoria che ha smesso di rappresentare la generazione dei nati tra metà degli anni ’80 e i ’90 per rappresentare un generico ragazzino odioso che ascolta trap, cerca di fare soldi come instagramer, fa meno sesso di quanto ne facesse suo nonno alla stessa età e rovina il mondo comprando costosi toast all’avocado. Su internet è possibile trovare tantissimi articoli su questi ragazzi bamboccioni, che non vogliono più faticare e non apprezzano Goldrake come facevano noi, che a quanto pare non sanno distinguere un articolo da una pubblicità (uno l’ho scritto anche io) e che senza dubbio sono la causa di ogni male.

Sapete una cosa? Forse non è così. Forse quella sensazione che il Nuovo Satana sia quel vostro parente sessantenne che condivide buongiornissimi e “se sei indignato metti mi piace e condividi” ha un fondo di verità. A quanto pare secondo uno studio condotto da ricercatori dell’università di New York e quella di Princeton sono gli utenti più anziani a condividere e diffondere una quota maggiore di fake news. L’età conterebbe più di educazione, reddito, genere ed etnia. I più anziani ne hanno condivise il doppio rispetto alla fascia tra 45 e 65 anni e sette volte tanto rispetto ai giovanissimi.

Va detto, che per fortuna, la ricerca evidenzia che la condivisione di fake news sia, almeno in questo caso, un fenomeno circoscritto solo all’8,5% del campione.

Certo, è un’analisi che riguarda soprattutto gli Stati Uniti, ma è difficile non vedere un filo rosso che lega una nonna dell’Arkansas con chi in Italia ha sistematicamente condiviso ogni possibile video di Er Faina o immagine atta a semplificare e incattivire il dibattito politico, accettando acriticamente l’idea dei famigerati immigrati che fanno la pacchia negli hotel di lusso e ricevono 35 euro al giorno e un iPhone.

Ma in fondo c’è poco da stupirsi perché questo è ciò che succede quando la tecnologia arriva prima della cultura della tecnologia, mentre il mondo che conoscevi sta andando in pezzi.

Immaginate un bel giorno di ricevere in regalo l’auto di James Bond, anche se non avete la patente, anche se non sapete distinguere il tasto che la trasforma in un sottomarino rispetto a quello delle mitragliatrici anteriori. A dirla tutta, non avete neppure idea che sia così pericolosa, pensate che vi serva solo per andare dal punto A al punto B e non avete idea del traffico circostante.

Questo è più o meno ciò che è successo in questi anni quando milioni di persone che fino a poco tempo fa a malapena sapevano cosa fosse internet si sono trovate tra le mani un telefono con traffico dati e un account Facebook con cui seguire i parenti e intanto il mondo stava cambiando pelle e affrontando profondi mutamenti dal punto di vista sociale e finanziario e montava la sfiducia verso le istituzioni, verso i media, verso tutti.

La società che prima offriva solo spaccati quotidiani che raramente diventavano nazionali o internazionali è improvvisamente esplosa e nessuno ha capito bene cosa fare. Da una parte i ragazzini bulleggiavano i compagni di classe come prima, ma pubblicavano il video su YouTube, dall’altra parte per molte persone improvvisamente “lo dice la televisione” o “l’ho letto sul giornale” è diventato “l’ha detto un account con la maschera di V per Vendetta su Facebook che dice le cose che i giornalai pennivendoli non dicono”. Nel frattempo la nostra percezione del mondo se ne andava a quel paese, tra un “siamo invasi” e un “i videogiochi crescono persone violente”.

D’altronde siamo anche il paese le persone che ridacchiano su chi condivide le bufale poi è convinto degli scambi che avvengono nei famigerati gruppi di “mamme pancine”.

Ma questo non vuol dire che internet sia il male o neppure il bene, è solo un coltellino svizzero in cui se non sai cosa fare rischi di tirare fuori la lama indirizzata verso la tua stessa gola e siamo stati in tanti a farci del male. Ricordo ancora la prima volta in cui ho visto il fenomeno Bonsai Kitten e come ad un primo velocissimo istante tutto sembrasse se non vero, almeno verosimile. Non possiamo neppure arrabbiarci più di tanto se milioni di persone senza alcun tipo di formazione su ciò che stavano usando l’hanno usata male.

Anche perché, curiosamente, qualche anno fa fu detto il contrario: erano i cosiddetti “nativi digitali” quelli che non sapevano distinguere il vero dal falso. Quindi di base un po’ d’attenzione in più non farebbe male in generale.

Questo perché, banalmente, abbiamo per anni considerato una notizia come qualcosa di contestabile, ma affidabile, anche quando veniva data con un taglio che cercava in qualche modo di indirizzare la nostra opinione e in alcuni casi sono mancati gli strumenti di navigazione in un mondo che si è fatto ogni giorno più veloce e incasinato. Prima la produzione di notizie era un processo che aveva un costo e prevedeva l’accesso alle strutture necessarie per ottenerla, pubblicarla e distribuirla.

Anche un giornale fazioso doveva sostenere dei costi che non potevano interamente appoggiare sulla condivisione di notizie totalmente inventate e, in quel caso, era spesso stampa marginale e come tale veniva considerata. Quando questo impianto, giusto o sbagliato che fosse, è crollato il vuoto è stato riempito da chi per primo ha capito come capitalizzare quel rapporto di fiducia in modo completamente diverso.

La crescita dei complottismi, dei, “non ce lo dicono” e di una verità da cercare da soli risalgono più o meno all’11 settembre e a una fase di progressivo aumento degli utenti di internet per poi esplodere definitivamente circa una decina di anni fa, quando internet ha smesso di essere una serie di cavi da collegare e configurazioni da gestire per diventare qualcosa che dovevi semplicemente toccare sullo schermo del tuo telefono. A quel punto internet si è trasformata da un paesino con poche regole e un relativo impatto sul mondo in una sorta di megalopoli a strati senza alcun piano regolatore e le fogne intasate.

Il resto lo ha fatto una generazione che fino a quel momento vedeva internet come qualcosa di astratto e lontano, finché improvvisamente non se lo è ritrovato in tasca e ha potuto dire a tutti come la pensava, senza alcun freno, assaporando l’eccitante sensazione di potere di contare qualcosa, sia condividendo notizie di ogni tipo che confermassero le sue paure, sia andando a urlare un commento incazzato nella pagina del politico di turno.

Non voglio ridurmi al consueto scontro generazionale, ma il volano dei cambiamenti di questi anni sono state senza dubbio le persone impaurite di una certa età che improvvisamente hanno deciso che i privilegi accumulati nei loro anni d’oro andavano difesi in qualche modo. Votando chi propone muri, chi lascia la gente in acqua o la Brexit, la stessa generazione che, consapevole o meno, ha preso tutto e ha lasciato poco, lamentandosi di ragazzi non più disposti a “lavorare duro” per mansioni che spesso non prevedono alcuna tutela e, se va bene, metà dello stipendio rispetto a quello dei loro padri. Poi è chiaro che uno preferisce fare lo YouTuber.

Questa situazione si combatte solo con la consapevolezza, che da una parte arriverà col normale ricambio generazionale e dall’altra ha bisogno di una formazione ai linguaggi della rete che parta molto presto, perché all’altro capo rispetto agli anziani creduloni ci sono i bambini lasciati con uno smartphone in mano che ingurgitano video tutto il giorno e questa sbornia di iperconnessioni e condivisioni sta iniziando a diventare sempre meno appetibile per le nuove generazioni, tanto che Facebook è ormai diventata una versione globale di un dibattito politico di Rete 4 del pomeriggio.

Credo che prima o poi questa onda lunga di rabbia, stordimento e consumo acritico inizierà a ritirarsi, a quel punto potremo vedere sul fondo della nostra società i relitti che ci siamo lasciati alle spalle.

Scritto da Lorenzo Fantoni

Giornalista esperto in tecnologia e cultura pop, vive per dimostrare quanto Godzilla, Fantozzi e Dungeon & Dragons siano importanti per la tua vita