Dentro abbiamo il cuore
Solido motore

Se hai più di trent’anni e quando hai la febbre ti immagini i globuli bianchi vestiti da poliziotti che lottano contro tizi col naso lungo e i capelli a punta, o pensi che nel tuo sangue ci siano degli omini rossi che portano sulle spalle una molecola di ossigeno, forse sei uno dei molti bambini cresciuti con “Siamo fatti così – esplorando il corpo umano”, cartone animato francese che proprio in questi giorni, 30 anni fa, iniziava le sue trasmissioni in Italia.

Dopo il suo debutto in patria nell’87 l’opera arrivò da noi quando avevo otto anni, in perfetto orario per investire in pieno un bambino molto curioso e decisamente nerd come il sottoscritto. Va anche detto che io ero un caso limite, visto che fin da piccolo il mio Pantheon personale era costituito da Bud Spencer, Hulk Hogan, Godzilla ma anche Piero Angela. Ovviamente collezionavo anche i volumi in edicola e da qualche parte devo avere il modellino del corpo umano, del quale usavo lo scheletro come creatura evocata da Skeletor contro He-Man.

“cavalcate per la rovina e per la fine del mondo!”

Non vorrei peccare di iperboli, ma la verità è che buona parte delle mie basi scientifiche, e credo anche quelle di molti della mia età, si basino su “Siamo fatti di così”. All’epoca fu la prima volta in cui fui messo di fronte a concetti anche abbastanza complessi per un bambino di otto anni come la mitosi, i neuroni o anche la fine della vita.

Un imprinting forte, tanto che ancora oggi se qualcuno mi provoca o penso al concetto di “cervello del rettile” mi viene in mente lo sketch in cui il protagonista maschile viene preso in giro dai bulli e per qualche istante si trasforma in una specie di coccodrillo, se invece mi parli di memoria, in testa compare l’immagine di un ragazzo che si punge con una rosa.

Tra l’altro c’era anche una puntata dedicata alla vaccinazione, forse andrebbe fatta vedere a qualche laureato all’università della vita che oggi pascola su Facebook e annaspa nelle bufale.

“Siamo fatti così” era un cartone abbastanza diverso rispetto all’offerta media del periodo, aveva un intento prettamente didattico ma riusciva a raccontarti una storia senza annoiare troppo e giocandosela con pilastri del periodo come Kenshiro o I Cavalieri dello Zodiaco il cui intento formativo era diverso ma comunque presente (La dignità di Raul mentre muore o gli aulici scontri dei seguaci di Atena hanno comunque lasciato traccia di loro in un’intera generazione), oppure Transformer,  G.I. Joe e tutta la roba Filmation, che proponevano sempre una morale abbastanza palese e stucchevole alla fine delle puntate.

Personalmente lo adoravo, ero affascinato dal nostro funzionamento, ma non so se per altri bambini di quel periodo ha funzionato allo stesso modo, anche perché ovviamente le regole non scritte della strada (o del parco giochi) prevedevano prese in giro di ore, smutandate e qualche cazzotto come risposta al minimo segno di erudizione, cultura o passione nello studio.

All’epoca (sospetto le cose non siano poi cambiate più di tanto) la piramide sociale vedeva in testa quelli bravi a calcio, seguiti da quelli bravi a Street Fighter e infine quelli con tanti giocattoli che ti invitavano a casa (cercavo disperatamente di far parte almeno di questa categoria). Il sapere era dato da quante figurine degli Sgorbions avevi, non dalla tua conoscenza dell’apparato digerente e se dicevi “Osmosi” quando la maestra chiedeva una parola con la O eri marchiato come ne “La Lettera Scarlatta”.

Ovvio che rivedere ora le sue metafore visive ha senza dubbio un effetto comico. Per capirlo basta guardare la (coraggiosa) puntata dedicata alla nascita e alla riproduzione, che pur mostrando a sorpresa un nudo frontale della donna e dell’uomo poi ci regala il collo dell’utero che sembra il Capo di Buona Speranza e le terribili “Trappole delle tube di falloppio“ (tutto vero).

Questo cartone fa parte di un concetto che vede (forse “vedeva”) la televisione e i mezzi di espressione come qualcosa di più di semplici babysitter elettroniche, ma come occasione per legare intrattenimento e apprendimento. Ovviamente le cose devi saperle fare bene e credo che “Siamo fatti così”, pur nella sua semplicità, fosse il prodotto giusto, al momento giusto, col tono giusto.

Non sono mai stato un grande sostenitore della televisione che deve a tutti i costi educare il suo pubblico, ma credo che progetti come “Siamo fatti così”, se inseriti nel contesto adeguato, siano in grado di fare qualcosa di positivo per un cervello così ansioso di apprendere come quello dei bambini.

In ogni cervello c’è un omino con la barba che legge i vostri pensieri

È chiaro che nessun ragazzo sarà mai stimolato da un cartone se i genitori non coltivano la sua curiosità e cercano solo un modo per farlo stare buono mettendogli di fronte un cellulare, basta che non rompa. Spero onestamente che in molti approfittino di questa occasione per recuperarlo e farlo vedere ai propri figli, potrà sembrare datato, ma la repulsione per la roba vecchia ti spunta insieme ai brufoli, prima ce la puoi ancora fare.

D’altronde così diceva il suo creatore, Albert Barillè, un vero pioniere dei cartoni didattici: “Fate in modo che i nostri bambini vogliano sapere, suscitate la loro curiosità. Inoltre, trattateli come persone con la loro propria ragione, che capiscono molto di più di quanto gli adulti vorrebbero farci credere. Essi saranno più forti per questo e ti saranno riconoscenti”.

Scritto da Lorenzo Fantoni

Giornalista esperto in tecnologia e cultura pop, vive per dimostrare quanto Godzilla, Fantozzi e Dungeon & Dragons siano importanti per la tua vita