Per descrivere Roma più che un critico, un giornalista o un appassionato di cinema servirebbe un poeta. Analizzare e spiegare perché il film di Cuaròn sia uno dei più belli girati nel nuovo millennio, a qualcuno che non lo ha già visto, è un compito tanto arduo quanto spiegare a un cieco quanto è bello il tramonto in riva al mare. Ho usato la parola “bello” non a caso. Se c’è qualcosa che è caratteristico della filmografia del regista messicano è proprio la grazia con cui dirige i suoi film, grazia che li rende visivamente splendidi. Ciò che però, fino a questa pellicola, è stato il suo limite è che quella stessa bellezza finisse per fagocitare la sostanza del film rendendolo, alla fine dei conti, vacuo. Vedendoli a posteriori, però, sembra che il cineasta messicano non abbia fatto altro che sperimentare ed esercitarsi al fine di realizzare nel migliore dei modi questo suo ultimo capolavoro e, visto il risultato, non si potrebbe dire che sia stata una cattiva idea.

Roma è l’esempio perfetto di commistione tra forma e sostanza. Riguardo il lato estetico credo si possa affermare che sia uno dei film più “belli” che siano mai stati girati. Il bianconero utilizzato è a dir poco mozzafiato, merito della fotografia curato dallo stesso regista , ma ancor più meravigliosa risulta essere la regia. Un film che sia girato alla perfezione deve far sì che ogni inquadratura abbia la cura e la bellezza di un quadro e credo che non ci sia frase che meglio descriva la regia di questa opera. La bellezza è tale che avrei potuto guardare per ore un film muto, senza dialoghi né alcun tipo di interazione tra i personaggi, lasciandomi unicamente trasportare dalla goduria visiva provocata dalle immagini che lo compongono. Ciò che colpisce è come Cuaron sia riuscito a ispirarsi ai migliori registi della storia del cinema da Fellini a Rossellini, passando per Kurosawa e Hitckock, e nonostante ciò, a mantenere il suo stile di regia.

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La cosa che davvero però è riuscita a stupire di quest’opera è come, stavolta, Cuaròn sia riuscito a rendere questa bellezza mezzo e non fine della pellicola. Il mezzo per raccontare una storia forte, intensa, pregna di quella poetica che sembrava sempre mancare nelle opere precedenti del cineasta. Proprio nell’ambito narrativo vediamo come Cuaròn si sia ispirato al neorealismo creando un film che appartiene a tutti gli effetti a tale genere, uno dei pochi film davvero neorealista girato negli ultimi vent’anni. Una storia  “molto italiana” (Stanis Larochelle non approverebbe) con un’attenzione agli ultimi e soprattutto all’esaltazione dei loro valori pasoliniana, con cui condivide anche una certa visione cruda e drammaticamente realista della realtà, il rapporto tra la microsocietà di cui viene narrata la storia e la macrosocietà di sfondo, invece, ricorda molto il compianto Bertolucci, da cui sembra anche essere ispirata l’idea di trattare la storia (in particolare una sequenza) durante lo svolgimento di ribellioni studentesche come quelle che facevano da sfondo alle vicende dei tre protagonisti in The Dreamers. La storia di Cleo e della famiglia per cui lavora come domestica è la storia di una società profondamente maschilista, in cui il ruolo della donna viene denigrato pur essendo il perno della famiglia, istituzione sociale fondamentale Allo stesso modo i proletari, pur essendo visti dai borghesi  come meri strumenti, quasi al pari degli schiavi, hanno una forza e dei valori intrinsechi alla loro stessa condizione che li portano ad essere il vero traino della società e, in particolare in tre tra le più magnifiche sequenze del film, si comprende come la nostra protagonista non sia altro che lo stereotipo di superuomo (o meglio, superdonna) che per il regista sarebbe da imitare al pari di quelli immaginati da Nietszche e D’Annunzio.

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Sarebbe inutile soffermarmi maggiormente sulla storia, il cosìdetto fine di Roma, sia perché è un film che vive di immagini cariche di potenza emotiva, simbolismi, metafore, espressionista e che è uno degli esempi migliori di cinema puro degli ultimi anni. Andare a fondo del comparto narrativo sarebbe inutile, Roma non è un film che va discusso e, probabilmente, di cui va discusso. Roma va guardato, ammirato e contemplato come si farebbe con un’opera esposta al Louvre. Perché, d’altronde, Roma non è nient’altro che arte, cinema come arte inserita in un prodotto audiovisivo, nella sua forma più pura. Non sono certo che sia davvero il film più bello degli ultimi vent’anni, ma so per certo che Roma è un film che merita di essere guardato ed è ciò che vi invito a fare non appena abbiate chiuso questa pagina e che, soprattutto, merita tutta la vostra attenzione e di essere guardato, possibilmente, con un pannello decente.

 

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PS: Sì, non volevo parlare della questione uscita al cinema o meno per non distogliere l’attenzione dal prodotto che, come già specificato, di attenzione ne merita tanta. Ammetto, però, che il cinema è il luogo ideale per godersi una pellicola del genere, quindi se potete guardatelo al cinema o tramite un pannello ottimo.

Scritto da Samuele Vitti