Venerdì 23 agosto il pubblico di Ravenna ha potuto incontrare e celebrare un vero e proprio maestro del cinema italiano. In un’anticipazione del Ravenna Nightmare Film Festival, rassegna dedicata al lato oscuro del cinema, nella prestigiosa cornice del Cinema City, Pupi Avati ha presentato il suo ultimo lavoro Il Signor Diavolo, attualmente nelle sale italiane. Ad accompagnarlo sono stati lo scrittore romagnolo Eraldo Baldini e il direttore artistico del festival letterario GialloLuna NeroNotte Nevio Galeati.

Avati ha così introdotto Il Signor Diavolo: Siamo in un momento di grande crisi e difficoltà per il cinema italiano, che produce quasi esclusivamente commedie sul presente, con una panchina molto corta, perché i cast di questi film sono più o meno sempre gli stessi. E anche i risultati, non sono quei grandi risultati che dava la nostra commedia di costume, ma sono riscontri molto modesti. Oggi il mercato è in mano per l’80% al cinema americano. Quando si guardano le classifiche, molti weekend nei primi 10 posti per incasso, non ci sono film italiani. Succede, ed è tremendo. Quando cominciai a fare cinema io, in Italia si producevano 350 film all’anno, quasi uno al giorno. Film di tutti i generi: drammatici, d’amore, musicali, western, e ovviamente horror, che venivano venduti in tutto il mondo. Improvvisamente, non si è più fatto nulla. Ci si è ridotti a fare questo cinema di commedia, sul presente, con dinamiche uguali a quelle che trovi a casa tua. Le cinematografie più evolute, come quella nordamericana, hanno continuato invece a fare film sul futuro, sul passato. Non hanno paura, allargano la dimensione. Quando sono andato a proporre questo film, con la definizione di gotico rurale, o gotico padano, i produttori mi hanno detto quasi tutti di no. Ho avuto ben sette no prima di trovare un distributore che mi finanziasse il film, cioè Rai Cinema insieme a 01 Distribution. Due sere fa ero a Bologna, ieri a Comacchio, stasera a Ravenna: trovo sempre sale piene. Cè quindi una potenzialità per questi generi, non è vero che il pubblico italiano li rifiuta. Se confortate me, confortate anche altri miei colleghi ad avere coraggio e a fare film di fantasia, uscendo dai confini angusti di una realtà un po’ triste, nella quale siamo costretti a vivere.

Il Signor Diavolo

Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo

Dopo la proiezione del film, Avati si è lasciato andare ad alcune importanti riflessioni sul suo ultimo film e sul contesto socio-culturale in cui è ambientato, cioè l’Italia dei primi anni ’50, dominata dalla Democrazia Cristiana e da una tradizione rurale ancora fortissima.

Io avverto una sorta di nostalgia per quel periodo, ha esordito Avati. Quel periodo buio, cupo, tetro, in cui la Chiesa stessa ha ottenuto la figura carismatica del parroco di campagna. Io nel 1952, in cui è ambientato il film, ero già ragazzo, e per motivi bellici sono stato sfollato in campagna. I gesuiti dicevano “Dateci un bambino nei primi cinque anni della sua vita e sarà nostro per sempre”. Questa cultura contadina mi ha nutrito, una cultura terrorizzante, in cui si andava a letto in stanze buie. Il Signor Diavolo è infatti un film sulla paura del buio, che è una paura atavica, ancora oggi attuale. Un bambino di oggi ha ancora paura del buio, non è che perché ha visto Il re leone ne è stato affrancato.

Come in molti altri lavori di Avati, primo fra tutti La casa dalle finestre che ridono, ne Il Signor Diavolo gli uomini di chiesa rivestono un ruolo fondamentale, e per certi versi inquietante. Il prete è depositario di misteri, ha sentenziato Avati, cammina a un’altezza a metà fra terra e cielo. Una volta saliva su quei pulpiti, che adesso non si vedono più. Saliva lassù e ti raccontava cose che andavano oltre Dante Alighieri: l’Inferno, i peccati, la dannazione. Questa educazione ci ha portato ad avere un senso di colpa. Adesso il demonio non è più candidabile, ma non vuol dire che il male non ci sia. Io per esempio sono una persona profondamente invidiosa, non sopporto i successi altrui. Preferisco gli insuccessi altrui che i successi miei. Quando sono andato a confessarmi a San Pietro ho detto che sono deluso dal sacramento della confessione, perché confesso sempre i soliti peccati, cioè l’invidia e l’egoismo. Io infatti sono invidioso e dò solo il superfluo, mentre invece il cristianesimo dice che devi dare anche l’essenziale. Il confessore mi ha detto che non avevo bisogno di essere confessato, ma di uno psichiatra.

Il senso de Il Signor Diavolo, per il regista è molto chiaro: L’assunto del film, al di là del buio, è che il male è ovunque. Il male è in noi e in tutti gli altri. Il male è persino nel bambino meno sospettabile. Come è chiara del resto il ruolo del funzionario Momentè, chiamato a indagare su misteriosi eventi che coinvolgono la Chiesa in Veneto. La figura del forestiero Momentè, culturalmente distante anni luce dai protagonisti, induce identificazione dello spettatore, perché anche lui viene da quel mondo lì. Questi personaggi finiscono sempre male perché mi assomigliano. Io sono un perdente, non lo dico con civetteria. Sono un perdente e sono sedotto dagli inadeguati, da chi cerca la felicità ma non la vede mai arrivare. Io ho 80 anni e i miei titoli di coda non sono lontani, quindi posso fare i conti con la mia vita, e mi rendo conto che innanzitutto non ho fatto il film della vita, il che è anche positivo perché mi fa sperare che io lo possa ancora fare. Essere insoddisfatti produce energia. Io vedo tanta gente soddisfatta di di se stessa, pacificata col mondo. Io non li invidio, e penso che il nostro dovere sia dare quello che di te ti è stato dato, come nella parabola dei talenti. I miei protagonisti sono sempre personaggi con problemi, con grandi sogni che non si realizzano, ma che continuano ad avere fino alla fine.

Pupi Avati ha poi spaziato sulla sua personale idea di fede, e, più in generale, sulla speranza. La mia fede non è autentica. Io voglio credere, io penso che Dio sia indispensabile perché vedo un livello di ingiustizia così diffuso, non tanto a livello pubblico, ma in persone accanto a me. Persone che nascono nel dolore e muoiono nel dolore, nate nell’ingiustizia e morte nell’ingiustizia. Io vado in chiesa e prego Dio di esistere, perché non credo più a un’istituzione che possa penetrare in ambiti privati e restituire giustizia, ci vuole qualcuno dall’alto. Questo proselitismo laico, per il quale mi si deve convincere a non credere, per quanto riguarda me, lo posso anche sopportare, ma per altre persone, che non hanno altro che l’aspettativa del dopo, non lo posso accettare. Quando ti muore un figlio,come puoi permettere di dire a qualcuno che non c’è altro? Io penso che sia profondamente ingiusto privare le persone di aspettative e di sogni. Ai miei ragazzi dico di fare sogni, anche ambiziosi, perché magari non si realizzeranno, ma sarà sempre meglio morire inseguendo un sogno che rassegnarsi al fatto che non succeda niente. Io vedo i miei figli 40enni e i miei nipoti che sono già rassegnati, rinunciatari. Non confidano nel fatto che la vita possa essere qualcosa di orrendo ma anche di straordinario. Io 50 anni fa vedevo bastoncini di pesce. Improvvisamente mi sono trovato a vedere 8½ e sono andato al Bar Margherita a dire a tutti di vederlo. Quando tutti lo videro, dissi: ci proviamo? Bellocchio ha fatto un capolavoro come I pugni in tasca con 38 milioni! Ero come Gesù con gli apostoli, stavo facendo la squadra. Era meraviglioso. Quella sera lì è nata una storia. Siamo stati tutti a Piazza Minghetti a prendere nomi dei registi e abbiamo mandato migliaia di lettere, ma non ci ha risposto nessuno. Poi un giorno, nella buca della posta ho trovato una lettera. L’ho presa e sopra ho visto il mittente più autorevole che si potesse desiderare: Ennio Flaiano. Ci aveva risposto Ennio Flaiano! Aspetto la sera per aprirla con tutti gli altri. Vado al bar, la apriamo, tiriamo fuori il foglio e c’era scritto: “Non scrivetemi più!”.

Dopo un breve accenno ai progetti successivi a Il Signor Diavolo, (Oggi ho incontrato il sindaco di Ravenna, una settimana fa quello di Firenze, perché abbiamo da molti anni l’intenzione di fare un film su Dante) e una carezza alla sua terra (Io ho presentato il film solo in Emilia-Romagna per vigliaccheria, perché sento che è una zona con molta amicizia nei miei confronti. Qui io sento di parlare una lingua a me amica), Avati ha commentato i primi incoraggianti risultati de Il Signor DiavoloLa prima sera mi sono arrivati 313 risultati, cioè le 313 sale dov’è il film. Io adesso vado in albergo e mi trovo 313 situazioni, poi mi confronto con mio fratello. Il risultato di ieri sera non era né Il Re leone, né Fast and Furious, ma era il terzo risultato. Ed è un risultato per il quale Rai Cinema stamattina si è congratulata. Ed è la prova che essere così negativi su un genere è un errore. Non soltanto un genere, ma tutti i generi. Evidentemente noi non abbiamo tante tecnologie, però i film “de paura”, con atmosfere, li sappiamo fare. Qui i pochi effetti che ci sono li ha fatti Sergio Stivaletti, con cose molto semplici, e se il film funziona non è certo per quelli. Il Signor Diavolo non è fondato sugli effetti speciali. Se noi abbiamo avuto un trasteverino come Sergio Leone che si è inventato il western, con sfrontatezza, vuol dire che possiamo permetterci di essere più coraggiosi e di non ripiegarci sulla commediola. Siamo dentro a una sorta di grande ricatto, per cui le altre cinematografie spaziano, mentre noi no. Il cinema italiano a Venezia avrà titolini, mentre si spenderanno tanti soldi per esaltare il cinema americano.

Il regista ha poi concluso l’incontro, al termine del quale ha ricevuto la notizia della morte del suo attore feticcio Carlo Delle Piane, con una toccante riflessione sulla sua carriera e sulla sua vita. Per Il Signor Diavolo non voglio parlare di prodotto finale, direi più sintesi momentanea. Quando fai un film ci metti dentro tutto quello che hai fatto prima. Come dice Proust, il futuro si trasforma in passato. Cominci ad avere nostalgia del passato e a un certo punto dell’ellisse della tua vita, in cui il fisico si indebolisce, i ricordi prendono il sopravvento. Il tuo io però percorre una traiettoria completamente diversa. La fine dell’ellisse è la vecchiaia, che è misteriosa e affascinante, perché produce la nostalgia della tua adolescenza. Torni ad avere la voglia di essere figlio e tenere per mano i tuoi genitori. Da vecchio percepisco i bambini come non li ho mai percepiti, perché fra un vecchio e una bambino c’è una sintonia profonda, grazie a un sentimento che ci rende migliori: la vulnerabilità. Le persone più vulnerabili sono le migliori. Più uno è vulnerabile, più capisce l’altro. Io sento che invecchiando sono diventato molto più percettivo su tutto ciò che ci circonda. E sento che la fine del mio viaggio si dovrebbe concludere in quella cucina di Via San Vitale 5, dove mi aspettavano i miei genitori per la cena.

Scritto da Marco Paiano