Se Arnold Schwarzenegger è diventato un’icona del cinema e dell’immaginario POP tutto lo deve soprattutto ad aver interpretato un personaggio ben preciso che lo portò per la prima volta all’attenzione del grande pubblico. No, non si tratta di Conan. Nemmeno del T-800 implacabile del primo Terminator. Si tratta di Arnold stesso, protagonista di Pumping Iron del 1977. Ma facciamo due passi indietro.

Nel 1974 Arnold vince per la quinta volta Mr. Olympia, ovvero il concorso più importante di culturismo al mondo, una competizione messa in piedi dai fratelli Weider, i due demiurghi delle pubblicazioni dedicate al bodybuilding che da decenni fanno il bello e il cattivo tempo di questa disciplina ben conosciuta ma pur sempre di nicchia. Arnold, che agli occhi del più grande dei due Weider è l’uomo immagine di tutto il movimento culturista, comincia a sentirsi stretto il mondo dei pesi e confessa di volersi ritirare dalla competizione per tentarsela a Hollywood. Una sua fuoriuscita dal bodybuilding significherebbe un bel vuoto da riempire non solo perché sta dominando fisicamente la competizione da anni, ma anche perché il carisma che trasuda dalle sue interviste è una vera e propria manna per uno che deve vendere riviste. Per fortuna di Weider e Arnold, in questa situazione critica si inserisce un fotografo di nome George Butler che ha già collaborato con entrambi.

George Butler è quello dietro Arnold, qui sono nella Gold’S GYM.

Butler è l’autore di un libro fotografico dedicato ai migliori culturisti del mondo, che vede Arnold tra i più fotografati e chiacchierati. Il libro si chiama Pumping Iron. Butler ha una proposta: e se girassero un docudrama con lo stesso titolo, dedicato ai 100 giorni precedenti il prossimo Mr. Olympia? Certo, sarebbe davvero interessante solo se Arnold fosse ancora in gara. Ora come ora è il più grande di tutti i tempi, averlo come protagonista sarebbe perfetto. Per uno come Arnold che ha bisogno di competizione e traguardi come dell’ossigeno, è un’offerta troppo ghiotta. In più potrebbe rivelarsi un biglietto da visita per Hollywood migliore del suo primo film, quell’Ercole a New York che venne distrutto dalla critica. Arnold accetta di buon grado e a Weider pare siano venuti gli occhi a forma di $.

Pumping Iron si apre in uno studio di danza classica. Una ballerina mostra alcuni movimenti ad Arnold che li esegue, più o meno, con grazia. Insieme a lui c’è l’inseparabile Franco Columbu, sardo che da qualche anno vive con Arnold in California, a Venice Beach dove i due condividono casa e allenamenti presso la Gold’s Gym. Si tratta di una piccola palestra considerata già all’epoca la capitale del bodybuilding ma che negli anni successivi è assurta a luogo di culto per culturisti e appassionati. Qui Arnold e Franco passano giornate intere a scolpire i loro fisici, in compagnia di altri atleti come Ken Waller e Mike Katz, tutti accomunati da un solo obiettivo: arrivare nella forma migliore all’appuntamento del 6 e 7 novembre a Pretoria, in Sud Africa: la finale di Mr. Universe e Mr. Olympia. Il primo è il premio per il miglior culturista amatoriale, mentre il secondo è il premio per il miglior culturista professionista, quello che Arnold sta dominando quasi senza competizione dal 1970.

Butler si rende subito conto che un docudrama ha bisogno, beh, di drama e che poche cose lo creano come una competizione diretta. Per sua fortuna Weider ha il polso della situazione sui concorsi di culturismo di tutto il mondo, e ha già addocchiato da tempo quello che può essere il rivale perfetto per Arnold ed eventualmente il nuovo uomo immagine della disciplina. Si tratta di un ragazzo di Brooklyn più giovane di Arnold, più grosso e più alto. Anzi, è il bodybuilder più alto ad aver vinto Mr. Universe e a essersi qualificato per Mr. Olympia: si tratta di Lou Ferrigno, il futuro incredibile Hulk televisivo. Dopo averlo incontrato per le prime interviste, Butler realizza che Lou e Arnold non potrebbero essere più diversi per carattere. Nonostante abbiano entrambi un padre ex poliziotto, Arnold è arrivato da solo giovanissimo negli USA lasciandosi alle spalle la famiglia, ha aperto un’impresa di carpenteria (che gli fece guadagnare il suo primo milione di dollari) per i fatti suoi, è un tipo solare, dalla battuta pronta, con degli obiettivi molto precisi nella vita e molto molto molto sicuro di sè.

Lou, che tutti chiamano Louie, ha perso l’80% dell’udito a tre anni, ha grossi problemi di dizione, è molto timido e insicuro, vive ancora con i genitori e viene seguito passo passo dal padre. Se Butler volesse scrivere due personaggi antitetici farebbe fatica a trovarne di migliori. Decide però di sottolineare le loro differenze caratteriali e ambientali, non solo scegliendo cosa mostra, ma dando anche una mano alla realtà quando serve.

Prima di essere l’Incredibile HULK, Lou Ferrigno era solo il bodybuilder più alto e pesante di sempre.

I due mondi della California e di Brooklyn aiutano parecchio. Arnold e i suoi compagni di allenamento, tutti culturisti di altissimo livello, passano le giornate tra palestra, spiaggia, cazzeggio in giro e party a casa. Louie passa le giornate in una piccola palestra male illuminata, è l’unico culturista vero ad allenarsi lì, è seguito ossessivamente negli allenamenti dal padre e non ha praticamente una vita sociale.

Louie è sempre teso e piendo di dubbi, mentre Arnold dice di essere in grado di mettere a tacere ogni tipo di emozione negativa per potersi concentrare sull’allenamento, soprattutto quando si avvicina a una gara. Racconta di fronte alla telecamera che una volta, due mesi prima di una finale di Mr. Universe, sua madre gli telefonò per dirgli che il padre era morto e che lui decise di non andare al funerale perché doveva allenarsi. Più una macchina che un uomo, dedicata solo ad allenarsi e a raggiungere i propri obiettivi senza curarsi di altro.

I’ll be bake

O per lo meno è quello che viene raccontato in Pumping Iron. Se invece guardiamo Raw Iron, uno speciale dietro le quinte uscito per l’anniversario dei 35 anni del docudrama, scopriamo che la storia del funerale è un pelo diversa.

Lo stesso Arnold racconta che non è mai successo, ma di essersi ispirato a una storia raccontatagli da un bodybuilder che conobbe durante una gara nel sud della Francia. Gli sembrava un dettaglio interessante per poter definire meglio il proprio personaggio in Pumping Iron per cui, d’accordo con Butler, lo usò come fosse vero.

Allo stesso modo una delle battute più celebri del docudrama, quella in cui Arnold paragona il “pump”, la sensazione che si prova quando i muscoli sono gonfi di sangue durante l’allenamento, all’orgasmo si scopre essere solo una cosa divertente che gli venne in mente per dare qualcosa a Butler da raccontare. A distanza di anni pare che per Arnold le due sensazioni non siano mai state simili, per quanto entrambe molto soddisfacenti.

Tutto Pumping Iron si regge su questo equilibrio tra realtà e finzione che Butler è riuscito a creare, a volte con la collaborazione diretta dei protagonisti, a volte prendendosi delle libertà in fase di montaggio.

Il padre di Lou non lo molla un secondo.

La presenza del padre di Louie lungo tutta la pellicola è uno degli aspetti più controversi della questione. Secondo diverse interviste rilasciate da Ferrigno, suo padre non è mai stato particolarmente coinvolto con gli allenamenti del figlio e, in generale, i due non hanno mai avuto un rapporto così stretto e caloroso. La personalità di Ferrigno Sr. però era troppo ghiotta e utile al racconto per non essere sfruttata, ed eccolo diventare l’allenatore del figlio che ne segue ogni passo e cerca in ogni modo di fargli capire quanto la sfida con Arnold sia l’occasione della vita, anzi l’unica occasione della vita per fare il salto di qualità. La sua presenza è così pervasiva che mette spesso in crisi Louie, come dichiarerà lui stesso in seguito, anche in Raw Iron. Sente che l’avere il padre così vicino durante la preparazione per quel Mr. Olympia potrebbe averlo deconcentrato rovinandogli l’allenamento, ma avrebbe soprattutto dato modo ad Arnold di giocare con la sua testa quando si sono ritrovati faccia a faccia a Pretoria. Con il padre di Louie sempre a mezzo. Arnold, sfruttando il suo essere una macchina senza sentimenti, riesce a vedere benissimo quanto sia pressante la presenza di Ferrigno Sr. e gli bastano un paio di battute per instillare in Louie il dubbio che senza il padre non sarebbe capace di badare a se stesso.

Infatti Louie in interviste successive all’uscita del film dirà di non essere felice del ritratto personale che ne è uscito, perché appare troppo spesso un po’ un bambinone che non sa cosa fare senza chiedere consiglio al padre. Tutto questo avrebbe contribuito al risultato del 7 novembre che vide arrivare in finale per il primo posto Serge Nubret, Louie e Arnold. Di fronte a un pubblico molto caldo, Louie si piazza solo terzo per l’orrore di suo padre che non nasconde nemmeno per un secondo la delusione cocente provata. Sul gradino più alto ci sale Arnold, per la sesta vittoria consecutiva, il primo nella storia della disciplina a vincere così tanto. Subito dopo la gara dichiara di volersi ritirare, sancendo non solo la fine della sua carriera di bodybuilder, ma anche la possibilità di tutti gli altri di poterlo battere. Un finale perfetto per la rivalità tra i due che Butler voleva raccontare, ma non la fine per  la lavorazione, e soprattutto distribuzione, di Pumping Iron.

Butler finisce infatti i soldi raccimolati per la produzione ma non molla e dopo alcuni mesi ha un’idea tanto folle quanto ben contestualizzata. Chiama Arnold e alcuni dei protagonisti di Pumping Iron, contatta il Whitney Museum di New York e mette in piedi una delle mostre più orginali mai viste. Di fronte ad alcuni dei massimi critici d’arte americani, Arnold e i suoi colleghi si mettono letteralmente in mostra su pedane rotanti mostrando i loro corpi scolpiti con l’allenamento, in una sorta di omaggio agli scultori da Michelangelo a Roden. La mostra evento è un successo che, grazie al costo del biglietto, permette a Butler di concludere la produzione del docudrama che arriva finalmente in sala e ottiene un grande successo di pubblico e di critica.

Per il mondo del bodybuilding è una rivoluzione: Pumping Iron porta il culturismo fuori dalla nicchia degli appassionati, dando il via alla popolarizzazione del fitness che da lì a poco esploderà nell’edonismo degli anni ’80. Sollevare pesi, alimentarsi in maniera controllata e aspirare a un fisico scultoreo non viene più visto come un pallino da fissati ma come un obiettivo in perfetta linea con il modo di vivere americano: essere più forti, essere più muscolosi, essere meglio del giorno prima. Se per il bodybuilder medio tutto questo significa essere più accettato di prima, per i due protagonisti principali si tratta di un preciso punto di svolta.

Louie si ritira dalle competizioni, arriva in televisione dove riesce a conquistare il ruolo di protagonista nella serie dedicata all’Incredibile Hulk, uno dei suoi sogni fin da bambino, come quello di interpretare Ercole che riuscirà a realizzare anni dopo. Anche Arnold tenta la carriera di attore e a quanto pare gli è andata benino. Buona parte delle loro carriere deve però molto a questo docudrama che ha mischiato realtà e finzione con tale ambiguità da aver reso quasi impossibile sapere con certezza quanto di vero e di finto è stato racconato. Qualcosa di molto coerente quando si ha a che fare con persone che travalicano i limiti normali spingendosi fino a diventare personaggi e icone della propria disciplina e della cultura popolare.

 

 

Scritto da Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta

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