In questi giorni sull’internet italiano è esplosa la bomba Play Cult, un’ordigno nostalgico assemblato con cruciverboni, synthpop, giacche con le spalline e chebarbachenoiachebarbachenoia. In pratica Mediaset si è accorta che non solo la Rai la stava superando in riproposizione del suo archivio (d’altronde sono almeno trent’anni che lo fa), ma di essere seduta su un’enorme mole di vecchi filmati che valgono oro per il trenta/quarantenni alle prese con i primi morsi della nostalgia.

Dentro al momento c’è poco, ma un po’ di tutto: spezzoni di Doppio Slalom, i Take That che cantano a Non è la Rai, Elio e le Storie Tese a Mai Dire Gol, Cristina D’Avena che saltella sulle note di Ti voglio bene Denver ai tempi in cui non le chiedevano ancora di farle uscire ai concerti e soprattutto il Festivalbar, ovvero l’evento che quando ero un ragazzino sanciva il culmine dell’Estate e consacrava al mito la robaccia che ascoltavo nel walkman.

La prima impressione avuta passeggiando dentro Play Cult è stata che avevo completamente rimosso alcune cose, ad esempio non ricordavo assolutamente la furia dionisiaca nel ballo delle ragazze di Non è la Rai, le quali non hanno niente da invidiare ai raver sotto MDMA, altre invece erano ben stampate nella memoria, come l’odio per Grignani e l’idea che Ciro fosse una trasmissione spettacolare.

L’operazione segue il “Progetto Arca” ovvero la digitalizzazione massiccja di tutto l’archivio Mediaset, d’altronde dopo anni di cause contro YouTube era l’ora il Biscione recuperasse dal suo passato. Forse non potrà vantare la qualità istituzionale di Mamma Rai, ma per uno studioso di costume e cultura pop là dentro c’è la storia della televisione italiana, dunque degli italiani.

C’è ciò che siamo stati, il modo in cui parlavamo, come vestivamo, la musica che ascoltavamo, c’è la televisione che si fa sempre più intrattenimento e detta i tempi del mainstream. Un recupero che ha senso perché alcune cose fanno ancora ridere, ti riportano indietro per un millesimo di secondo a quando l’unico problema erano i compiti, ma soprattutto ti ricordanoi le cose imbarazzanti che ti hanno riempito il cervello. E qui veniamo al punto.

In questi anni abbiamo assistito a un fenomeno interessante: la mia generazione ha iniziato a invecchiare, finalmente, e come tutte le generazioni che invecchiano ha iniziato a guardarsi indietro e a disprezzare le novità. Non sto dicendo che per tutti è così, ma diciamo che la percezione che si ha sui social è di una maggioranza che borbotta “ma che ne sanno i 2000”, “eh ai miei tempi si giocava per strada e salutavamo sempre”, “i videogiochi del passato erano meglio”, “ma che sono questi trapper che si vestono strani e dicono cazzate”. D’altronde non è neppure colpa nostra, gli anni attorno ai 14, 15 anni sono quelli in cui iniziamo a creare i nostri gusti, a gettare le basi del nostro personale olimpo di divinità che esalteremo o rinnegheremo negli anni successivi.

Abbiamo avuto quindi un pesante recupero degli anni ’80 a cui sta seguendo quello degli anni ’90. Imponiamo ogni giorno alle generazioni future il nostro passato, glielo ficchiamo in bocca a forza, cercando di crescere figli a cui piaccia ciò che facciamo noi perché sono nostre estensioni. Certo, in alcuni casi gli facciamo conoscere grandi classici, ma siamo sicuri che tutto il nostro glorioso passato sia da recuperare?

La nostalgia funziona bene solo quando è lontana, soprattutto se ciò di cui hai nostalgia non è che sia questo granché. La nostalgia della tua fidanzatina/o delle elementari è una gran cosa se poi la sorte non ti porta a scoprire che oggi condivide buongiornissimi, fake news e si ostenta la scritta “No Ius Soli” nell’avatar di Facebook mentre chiede foto dei piedi su Instagram alle presentatrici del telegiornale.

Allo stesso modo, è bello ricordare gli anni in cui ti bruciavi le retine su Tomb Rider perché non avevi impegni se non i compiti, ma l’hai rivisto oggi il primo Tomb Raider? Non lo toccheresti neppure con un bastone. E i cartoni dei Master? Dai, siamo onesti.

Ecco perché Play Cult è importante, lo è per tre motivi. Per prima cosa, alcuni spezzoni sono ancora oggi divertenti, e ogni tanto farsi accarezzare dalla nostalgia de Il Pranzo e servito non fa male a nessuno.

play cult

Secondo di poi, è un gran modo per capire come eravamo, cosa consumavamo e analizzare le basi della società di oggi, come niente si inventa, ma tutto si trasforma. Infine, è l’evidenza del fatto che “prima era meglio” proprio per niente. Prima c’era roba orribile e roba di qualità, esattamente come oggi. Avevamo l’epica dei Cavalieri dello Zodiaco, ma pure Batroberto.

Play Cult è ciò che ci voleva per seppellire l’aura dorata della nostalgia e del passato sempre mitico in quanto nostro, mostrandoci per come eravamo e non per come crediamo di essere stati. I Righeira sul palco del Festivalbar vestiti non tanto meglio di uno Sfera Ebbasta che deve ancora tatuarsi la faccia, dai.

C’è solo un problema, il problema di questa era in cui possiamo accedere al passato in un attimo, non dimenticandoci mai il passato tendiamo a vivere in un eterno presente in cui tutto ci sembra già visto.

 

Scritto da Lorenzo Fantoni

Giornalista esperto in tecnologia e cultura pop, vive per dimostrare quanto Godzilla, Fantozzi e Dungeon & Dragons siano importanti per la tua vita

One Comment

  1. […] fosse stato per l’operazione nostalgia messa in atto da Mediaset Cult (di cui vi avevamo parlato QUI) me ne sarei quasi dimenticata. I trenta-quarantenni non hanno bisogno di spiegazioni introduttive […]

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