Dicembre 2005, ho 26 anni e ho appena iniziato a insegnare italiano agli stranieri in alcune scuole a Firenze.

“Fettucini Alfredo”.

“Prego?” domando io, ingenua, allo studente americano mentre mi elenca i piatti tipici italiani.

“Fettuccini Alfredo” insiste.

Ma che ha detto? “Alfredo”? Magari voleva dire “al freddo”, che non mi torna comunque.

Cerco su Google e capisco (e in futuro mi sarà fondamentale) che le fettuccine Alfredo hanno sì un’origine italiana, ma che in realtà sono molto più famose all’estero dove sono addirittura simbolo di italianità. Ed è banale pasta burro e formaggio.

 

Dicembre 2018, ho 39 anni e insegno da 8 anni italiano agli stranieri nella mia scuola.

Da allora, da quando ho dato a Patrick quella cocente delusione su Alfredo, ho iniziato a istruire i miei studenti su cosa è italiano in Italia, facendoli ridere, lasciandoli perplessi o spesso semplicemente curiosi di sfatare i loro stessi miti.

Perché loro sono innamorati dell’Italia e degli italiani ma come tutti i giovani alla prima cotta, sono entusiasti e confusi e non sanno bene come approcciarsi.

Per cui a Firenze mi hanno chiesto se la Toscana è lontana e come ci si arriva mentre a Verona vogliono sapere a che ora chiude il Colosseo. Restano stupiti quando dico loro che noi la chiamiamo Gioconda invece di Monna Lisa, che poi qui a Verona basta pronunciarla con una sola N che esce fuori un casino. Sorpresi che i mariti non salutano le mogli tutte le volte con “Buongiorno principessa” e che non siamo sempre e castamente dediti alla dolce vitta (che tradotto sarebbe tipo girellare con la vespa, fischiare alle donne salutandole con “Ciao Bella” e bere vino rigorosamente rosso a tutte le ore del giorno).

Ma finché è la Gioconda o la fontana di Trevi, non ce la prendiamo troppo. È quando si tocca il cibo che diventiamo incazzosi come istrici.

Io, negli anni, ho imparato a non prendermela mai. Come quando Gui, brasiliano, mi dice che a Belo Horizonte fanno una pizza più buona della nostra (sì, ma con la Coca Cola nell’impasto!) o quando Idun, biondissima e bellissima islandese, garantisce che il tiramisù di sua nonna non ha niente da invidiare a quello di Treviso. Sorrido pensando a quanto costeranno i Pavesini e il mascarpone a Reykyavik. Sempre che la nonna di Idun li usi.

 

Io ho le mie regole e appena parte la lezione su “Gli italiani a tavola”, ecco che mi scateno e ribalto tutte le credenze che si sono portati in valigia.

Allora ragazzi, il cappuccino lo bevete solo PRIMA delle 11 di mattina. Dopo, potete bere solo il caffè. Quando e quanti ne volete.

Ricordate che nessun italiano dice “Vorrei un espresso” ma “Un caffè, per favore” o al massimo “Mi fa un caffè, per favore”. In Italia non c’è l’espresso, c’è il caffè. Macchiato, liscio, ristretto, doppio, corretto (“Davvero con l’alcol dentro??”), in tazza grande o normale.

Per favore, dimenticate gli spaghetti bologniese, perchè tanto lo scrivete sempre male. Imparate “ragù”: facile, diretto, con quell’accento sulla U così elegante.

Sappiate che in nessun ristorante fanno gli spaghetti con le polpette. Lo so che voi avete in mente Lilli e il Vagabondo, ma quello è tutto uno stereotipo italiano: tovaglia a quadri bianca e rossa, fiasco di vino, cameriere con i baffoni che fa la serenata e quindi anche gli spaghetti con le polpette. E poi John, per favore, il latte caldo mentre mangi i ravioli burro e salvia, bevilo a Leeds dove io non posso vederti.

 

Ve l’ho detto: dolce con dolce, salato con salato. Salvo rarissime eccezioni.

Ma questo concetto è difficile, a partire dalla colazione: io che prendo al volo al bar sotto la scuola cappuccino e cornetto (brioche a Verona) e i giapponesi che invece si sono svegliati all’alba per prepararsi il riso con il pesce. O i coreani che hanno mangiato l’ultima porzione di kimchi rimasta in frigo, piatto a base di cavolo fermentato e marinato con cipolla, peperoncino e zenzero.

Spesso ridono della mia intransigenza, specie quando gli spiego che per noi è FONDAMENTALE il tipo di pasta: non solo lunga o corta ma anche l’abbinamento pasta/sugo (“Sì, ragazzi, si chiama sugo e non salsa. Quella è la maionese o il guacamole”).

“Davvero guardi il diametro degli spaghetti?” mi chiede Katherine, australiana. Certo, è come il calibro per le armi. Fondamentale. 

Mi prendono per matta, ma alla fine mi ascoltano e iniziano a ordinare “un caffè, per favore”, fanno la scarpetta e imparano che la pizza Hawaii con l’ananas è un crimine contro l’umanità.

Io li guardo, felice di averli resi un po’ più italiani nelle abitudini e nelle piccole ossessioni.

E li perdono lo stesso se ordinano un cappuccino dopo le 11 perché, dopo tutto,That’s Amore. 

P.S. Ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti NON è assolutamente casuale.

 

Scritto da Dyer The Teacher