Ho sempre pensato di essere una persona soggetta a nostalgia. Colleziono poster, dvd, action figures di vecchi film, mi vesto più o meno come ci si vestiva nel 1996, amo ancora alla follia le serie tv che guardavo da ragazzina. Ho fatto due conti, è nostalgia, ma a fare i conti faccio schifo da una vita e infatti avevo sbagliato. La nostalgia è un sentimento di struggimento verso momenti o epoche che ci sembrano migliori, momenti a cui vorremmo tornare perché si stava meglio, erano più facili, più belli, più importanti. Mi sa che mi sono confusa, perché a vent’anni fa non ci tornerei manco pagata.

Ciò che avevo scambiato per nostalgia è in realtà retromania, quella che Simon Reynolds ci ha spiegato con pochi e comprensibili punti. È retrò ciò che:

– fa riferimento a un passato recente che abbiamo vissuto e che ricordiamo

– è documentabile tramite audio, foto e video

– riguarda la cultura pop

– prevede un approccio giocoso e ironico tendente alla citazione e al pastiche

Ci siamo, è proprio lei. Quindi la nostalgia proprio non la conosco?

Per esempio l’infanzia, ci tornerei? Certo, un bel po’ di cose erano più semplici, se non fosse per il ricordo chiarissimo di quanto essere bambina mi facesse schifo. I divieti, gli obblighi, mia madre che ha pensato bene di vestirmi come voleva lei fino alle soglie della pubertà, la noia dell’era pre-internet nella provincia bigotta, la crudeltà dei coetanei lasciata impunita perché “i bambini son bambini”. Passo.

Quindi, l’adolescenza? Per citare Simone Stefanini dal suo La bella nostalgia: “Non fatevi abbindolare dalle corse in bicicletta dei ragazzini di Stranger Things, posso assicurarvi che rimpiangiamo l’adolescenza solo perché non ce la ricordiamo fino in fondo”. Amen.

L’adolescenza in provincia dovrebbe essere bandita a livello internazionale dalla Convenzione di Ginevra, soprattutto se farcita di tutti i malus possibili per quel frammento di spazio-tempo. Da adolescente ero una femmina e già era un accollo, perché negli anni ’90 e primi ’00 non avevamo la cosapevolezza femminista che le ragazze hanno oggi. Lo dico senza auto-commiserazione, ma con grande invidia, perché magari avrei pianto meno se a sedici anni avessi avuto la possibilità di andarmi a vedere un concerto di Lizzo. Ero una femmina, venivo da una famiglia essenzialmente proletaria, ero grassa, ero ciò che successivamente abbiamo chiamato amorevolmente una nerd. Al tempo non c’era niente di amorevole, solo sfiga.

Quindi perché mai dovrei avere nostalgia di un periodo tanto orribile? Perché c’era Dawson’s Creek in tv? Quello ce l’ho su Amazon Prime Video e posso guardarmelo alle 4 di notte dal mio divano. Figuriamoci se farei a cambio.

Se proprio devo guardare con dolcezza a un momento del mio passato, guardo agli anni dell’università. Che pacchia. Studiavo ciò che mi piaceva, non lavoravo perché stavo ancora dai miei e avevo la borsa di studio. Per buona parte della giornata mi lasciavo la provincia alle spalle e avevo la sensazione di poter combinare qualcosa di bello. Mi ha fregato l’ambizione, e mi han fregato le velleità, perché poi sono rimasta in provincia e di tutti i grandi progetti che avevo assaporato nella bolla accademica mi è rimasto un nodo allo stomaco e la consapevolezza di non essermi impegnata abbastanza. Come si chiama questa cosa? Nostalgia? Rimpianto? Vecchiaia?

Scritto da Eva Cabras