Passata un po’ in sordina su Netflix, Dead to me è una dramedy in cui Jen e Judy si conoscono a un incontro di auto-aiuto per persone in lutto. Jen ha da poco perso il marito Ted, ucciso da un pirata della strada di cui non si conosce l’identità. Judy ha subito l’ennesimo aborto spontaneo. Judy fa la prima mossa iniziando un’amicizia con Jen che diventa subito profonda e quasi totalizzante, senza dirle però che è lei ad aver tirato sotto Ted.

 Premessa e svolgimento sono da mistery , ma Dead to me è soprattutto una riflessione a volte divertente ma più spesso dolorosa sul percorso che alcuni intraprendono per poter affrontare un lutto improvviso e la solitudine che si prova per la difficoltà nel trovare qualcuno con cui aprirsi e condividere quel dolore. La serie ha avuto la fortuna di trovare in Christina Applegate e Linda Cardellini due interpreti che non solo sono brave, con un background nella comicità che torna benissimo per il tono della storia, ma due attrici la cui chimica è palpabile e rende credibile il rapporto parecchio sui generis che si instaura tra le due protagoniste. Proprio i rapporti tra persone sono alla base della serie  che, dopotutto, cerca di raccontare il lutto, il dolore, la solitudine che si devono affrontare quando una morte improvvisa chiude un rapporto durato decenni, oppure un rapporto che stava letteralmente nascendo nel ventre di una donna.

 Racconta anche rapporti che non funzionano  e lo fa in maniera molto precisa quando mette in scena il rapporto tra Judy e Steve, il suo compagno con cui prova da anni ad avere un figlio e con cui è evidente da subito ci sia qualcosa che non funziona al di là del concepimento. All’inizio la serie sembra suggerire che Judy possa essere una stalker, sia per il modo quasi ossessivo in cui cerca di approfondire la sua amicizia con Jen, sia perché la vediamo tentare in tutti i modi di continuare la sua storia con Steve anche se si sono mollati. Dopo pochi episodi è però evidente che il problema è Steve e il suo essere un pezzo di merda. La serie mostra la vera natura di Steve in maniera spesso sottile ma molto efficace, raccontando quella che in inglese viene definita abusive relationship , una relazione in cui l’uso del ricatto fisico e psicologico, i giochi di potere, il silenziare il partner minandone la sicurezza mentale sono all’ordine del giorno.

In diversi episodi ci sono dialoghi tra Judy e Steve in cui tutto questo, anche se non esplicitato in modo evidente, esce in maniera molto forte perché la scrittura della serie, la messa in scena (entrambe in larga parte in mano a donne) e le interpretazioni degli attori funzionano alla grande per portare a segno quel tipo di gioco nel dire e non dire ma farsi capire di chi si conosce da anni e anni . C’è in particolare uno scambio tra i due che viene ripetuto più volte:

JUDY – Non urlarmi contro.

STEVE – Scusa.

JUDY – Va bene/Tutto apposto/Ok.

Letto così pare poco, ma i tempi con cui i due si scambiano queste battute e il tono usato da entrambi mostrano quanto sia per loro una routine forse iniziata in modo traumatico che nel tempo è diventato solo gergo comune nei loro scambi. L’espressione tra lo scorato e lo sconfitto di Judy, inoltre, mostra in maniera evidente ma non urlata quanto sia ogni volta un dolore, un turbamento e un’umiliazione dover accettare le scuse di Steve e minimizzare quanto appena successo . Allo stesso modo la scusa automatica di Steve sottolinea quanto per lui sia la norma urlarle contro, chiedere scusa e andare avanti nella discussione come non fosse accaduto nulla. Questo si evidenzia ancora di più in un’altra scena successiva, quando Steve afferra Judy per un braccio e:

JUDY – Ahi!

STEVE – Scusa.

JUDY -Va bene/Tutto apposto/Ok.

Anche qui il resto del dialogo prosegue poi come nulla fosse. Certo, lungo la serie quanto il rapporto di sudditanza e dipendenza di Judy nei confronti di Steve sia sfumato, profondo e si regga anche su altri rapporti di potere, viene raccontato e approfondito mostrando il suo lasciarlo per poi tornare da lui, il suo essere gelosa anche da separati e la complicazione della componente mistery della serie. Questi dialoghi però colpiscono in particolare per la naturalezza e il tono piano con cui vengono raccontati che lascia passare una quotidianità sottile che potrebbe sfuggire agli occhi dello spettatore, o agli occhi di amici e parenti  che conoscono persone in relazioni di questo tipo ma non colgono, o fingono di non cogliere, segnali di un malessere profondo e difficile da raccontare.

In Dead to me la scrittura e la regia hanno un’idea ben precisa di quel che vogliono dire ma, di nuovo, le interpretazioni sono quello che rendono le idee efficaci e  James Marsden risulta un ottimo pezzo di merda , dotato di quel carisma, gentilezza e fascino che rende credibile il suo non aver problemi a instaurare relazioni senza fatica, tenendo a freno il suo lato peggiore che però trapela qua e là tra espressioni e movimenti del corpo. Un Principe Azzurro* dalle tonalità parecchio scure che manipola Judy in ogni momento e trova solo in Jen qualcuno in grado di tenergli testa e vedere al di là della cordialità da manager vincente.

Dead to me è stata rinnovata per una seconda stagione e c’è da sperare che la risoluzione del mistero non tolga mai il tempo e l’attenzione all’approfondimento dei personaggi che nella prima stagione le danno modo di staccarsi dalla marea di produzioni Netflix.

 

* In americano il Principe non è Azzurro ma Prince Charming, Principe Affascinante. E nessuno ha mai detto che il fascino sia esclusivamente positivo. 

Scritto da Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta