Salve, sono Gabriel Picco. Forse vi ricorderete di me per alcuni articoli come E così hai scoperto di essere anche tu bat-sessuale e Dovrebbero inventare una periferica/pannolone per Psvr.
Stavolta, vorrei riprendere il filo di un precedente pezzo uscito su N3rdcore riguardo alla crisi irreversibile dei Simpsons, e parlare del film “Il Problema con Apu”, di Hari Kondabolu, e delle successive polemiche legate ai rumor sulla eventuale cancellazione del personaggio, che potrebbe essere marginalizzato fino a sparire.
Iniziamo da qualcosa che non c’entra nulla, come fanno quelli bravi.
C’è un meme che durante lo scorso autunno ha fatto sfaceli: NPC Wojack (se ne sapete già abbastanza, saltate pure al prossimo capitolo).

Si tratta di un volto asettico, di colore grigio, a rappresentare appunto un NPC (non playable character) e cioè un personaggio non giocante dei videogiochi. Il meme si è sviluppato nella galassia alt-right per screditare alcuni avversari politici, cioè social justice warriors e in particolare i difensori delle identity politics, sostenendo che questi non sarebbero capaci di argomentare le loro posizioni, comportandosi appunto come dei personaggi pilotati dalla cpu nei videogame, rispondendo solo ciò che le linee di codice impongono loro.
In breve tempo, il meme è stato declinato in ogni maniera possibile, inclusa ovviamente la situazione inversa, in cui ad essere descritti come figure inumane controllate da un codice sono il sostenitore medio di Trump e i troll dell’alt-right.

npc wojack meme

“Non sono razzista, ma…”

La cosa interessante di questo meme era proprio il fatto di essere immediatamente rivoltabile contro il suo utilizzatore, del tipo: mi accusi di essere un robottino senza cervello, ma forse è quello che sei tu.
Un meme vischioso, riflessivo e con implicazioni notevoli che, se vi interessano, potete approfondire qui e qui.

La cosa che ai fini di questo pezzo è importante sottolineare è che il meme dell’NPC funziona bene perché impersonificare qualcuno, cioè giocarlo, è un buon modo per comprenderne le motivazioni ed empatizzarci, eventualmente contestualizzandone i lati negativi (così ad esempio viene utilizzato il role-playing nella psicoterapia); ma l’impersonificazione certamente accade anche in ogni forma di narrazione non interattiva, in cui ci viene quasi sempre suggerito per quali personaggi fare il tifo.

Apu, we’ve had a problem

Hari Kondabolu è un comico del Queens di origini indiane e ha realizzato questo film documentario intitolato Il Problema con Apu, in cui, confrontandosi con altri colleghi comici e attori, soprattutto di origine indiane, cerca di analizzare gli aspetti legati ai connotati etnici e culturali del personaggio, mantenendo un tono molto polemico e rancoroso.
Kondabolu ci racconta di quanto da bambino apprezzasse e trovasse divertente Apu, che d’altronde era il solo personaggio indiano in tv, e ci specifica l’impatto determinante che I Simpson hanno avuto sulla sua formazione culturale e professionale; dimostra infatti di conoscere molto approfonditamente lo show, di essere insomma uno di noi.

hari kondabolu simpson

Non fate arrabbiare quest’uomo.

È Kamau Bell che lo convince a realizzare il documentario, in cui Kondabolu può finalmente attaccare direttamente I Simpsons, i produttori, Matt Groening ma soprattutto Hank Azaria, che di Apu è il doppiatore ed in un certo senso il creatore. Pare infatti che lo script dell’esordio non specificasse nulla sul gestore del Kwik-E-Mart, e fu proprio Azaria durante le prove ad improvvisare l’accento indiano ed il fatidico “Thank you, come again”, che sarebbe poi diventata la litania persecutoria dei giovani indo-americani nelle scuole. Tra loro: Hari Kondabolu, che non nasconde una certa vena vendicativa tra le motivazioni del film.

“Se sei una serie TV di commento culturale e hai troppa paura di commentare la cultura, specialmente quando si tratta di una componente di questa cultura che hai contribuito a creare, allora sei una serie TV basata sulla codardia”. 

Il Problema con Apu ha avviato un dibattito notevole, e una prima risposta è arrivata direttamente dallo show: nell’episodio No Good Read Goes Unpunished, uscito un anno fa, Lisa e Marge hanno il seguente scambio di battute:

Lisa: “[…] Cose che un tempo venivano applaudite, e considerate inoffensive, ora sono politicamente scorrette. Cosa possiamo fare?”

Inquadratura sul comodino di Lisa, con sopra una foto di Apu e la scritta “Don’t have a cow” [“non ti scaldare”].

Marge: “Di queste cose ci occuperemo più in là.”
Lisa: “Se mai ce ne occuperemo.”

Durante lo stesso mese di Aprile 2018, il produttore Adi Shankar ha indetto un concorso di sceneggiatura per reinventare Apu in maniera moderna e non stereotipata e affrontare quindi la questione apertamente; la Fox ha respinto la proposta e Shankar ha commentato duramente: “Se sei una serie TV di commento culturale e hai troppa paura di commentare la cultura, specialmente quando si tratta di una componente di questa cultura che hai contribuito a creare, allora sei una serie TV basata sulla codardia”.

Anche Groening è intervenuto sulla querelle, dichiarando che “oggigiorno alla gente piace far finta di sentirsi offesa”; ha inoltre ricordato come la scelta del nome “Apu” rappresenterebbe un omaggio a un omonimo eroe del cinema indiano.

I film della trilogia di Apu sono considerati tra i più importanti della storia cinematografica mondiale

Siccome questo ultimo punto, riguardo il nome di Apu, viene discusso in maniera esauriente nel film di Kondabolu, è lecito supporre che il creatore dei Simpson non lo abbia visto, nonostante rappresenti il più clamoroso e compatto attacco alla sua serie capolavoro. E nonostante duri soltanto 49 minuti.
Si sono poi diffusie delle voci per cui la Fox avrebbe pensato di risolvere il problema eliminando Apu dallo show, senza dare spiegazioni e per evitare successive polemiche. Al Jean ha risposto a questo con un tweet in cui specifica che chi ha diffuso la voce non parla a nome della produzione, e che Apu sta continuando a comparire normalmente; in realtà questa comparsata citata da Jean (episodio del 14 ottobre 2018, My Way or the Highway to Heaven) è alquanto marginale e secondo alcune teorie non proprio folli tutto ciò proverebbe che la Fox stia effettivamente facendo uscire Apu di scena.

Qualunque cosa deciderà di fare la Fox, è ragionevole supporre che cercheranno di risolvere questa situazione con il minimo danno possibile, motivo per cui una cancellazione dilazionata e un po’ ambigua di Apu otterrebbe il doppio effetto di evitare eccessive polemiche sia da parte della comunità indo-americana (e sostenitori delle identity politics) che dagli equal opportunity offender.

Gli Zombie Simpson

Non c’è dubbio che quasi tutti gli appassionati considerino le migliori stagioni quelle in un range variabile tra la prima e la nona (circa). Quello che viene dopo lo possiamo chiamare, insieme alla Dead Homer Society (che vi invito a leggere), il periodo degli Zombie Simpsons. (Se preferite un bel video su Youtube, vi consiglio questo di Eyepatch Wolf, che per larga parte ha preso dati e considerazioni dal sito che ho linkato prima).
Parliamo di questi Zombie Simpson. Un plot abbastanza abusato dallo show, talmente da essere diventato motivo di autoironia (a sua volta abusata), è quello del viaggio vacanziero famigliare, il “The Simpsons are going to _________”!.

Durante gli Zombie Simpson, questo espediente diventa un salto in groppa ad uno squalo, che salta uno squalo gigante, che salta uno Sharknado. Certo non è facile soddisfare le pretese di satira e insieme trovare battute di buon livello che risultino comprensibili a un pubblico internazionale; il risultato sono episodi che sembrano costruiti attorno alle informazioni reperibili sulla pagina Wikipedia del luogo di destinazione della famiglia.

Abbiamo il privilegio di poter constatare da molto vicino la profondità di questo baratro dell’ispirazione: 17esima stagione, episodio 8, titolo: Il Bob Italiano.
La famiglia Simpson arriva in Italia e incontra Telespalla Bob. La loro auto viene danneggiata da una mortadella che casca da un camion. Portano l’auto a riparare in un vicino paesello di fantasia: Salsiccia. Immagino che la pronuncia di “salsiccia” risulti divertente agli angolofoni; comunque, se avete compreso l’andazzo, il resto dell’episodio è un tripudio di formaggi che rotolano, vini che ubriacano, gestualità esasperate e codici mafiosi.

homer mussolini

Grandissima satira politica, mi auguro abbiate colto il riferimento.

Non c’è bisogno di nutrire alcun sentimento patriottico (personalmente me ne tengo a massima distanza) per classificare questo genere di comicità sotto il flatulence humour; il minimo accesso di informazioni dato dal vivere in Italia porta a chiedersi (qualora ce ne fosse bisogno) se gli Zombie Simpson siano davvero così triviali anche in tutti gli altri episodi. Intendo dire: ancora più triviali di quanto già non appaiano.
Mi sembra chiaro, dato questo livello di umorismo, che gli Zombie Simpson possano essere considerati offensivi indiscriminatamente verso ogni singolo spettatore; oggigiorno, l’accusa di razzismo contro lo show è l’equivalente di un accanimento giudiziario contro un incapace di intendere e volere.

Parliamo allora dei periodi d’oro, quelli precedenti allo show-running solitario di Mike Scully, durante il quale quasi tutti gli sceneggiatori veterani rimasti hanno abbandonato la produzione uno dopo l’altro; è possibile parlare di razzismo in quelle celebrate stagioni che hanno definito la tv degli anni 90′?

Stereotipi brava gente

Contro l’accusa ad Apu di essere uno stereotipo razzista, l’obiezione più immediata che si possa sollevare è: ma non sono tutti quanti stereotipati, i personaggi dei Simpson? In parte, è vero: la stragrande maggioranza di loro sono degli stereotipi e per giunta, negativi; la sola eccezione sono quei pochi soggetti connotati in maniera iperbolicamente positiva, ma al fine comico di confrontarli con i protagonisti (ad esempio Tom, il “fratello maggiore” di Bart nell’episodio della stagione 4: Fratello dello stesso pianeta).

The Simpsons si afferma nella cultura pop proprio come un velenoso attacco ai cardini del sogno americano: la religione, la famiglia perfetta, la patria e il consumismo.

Se Apu è lo stereotipo dell’indiano immigrato negli USA (lavorista, servile, accento buffo) non lo è meno di quanto Homer è lo stereotipo dell’americano grasso, pigro, alcolizzato e incredibilmente stupido. Per molti anni, la serie è stata incontrastata regina della comicità dissacrante, che non risparmia nessuno e niente (a parte l’affettività familiare, ho cercato di spiegare nel precedente articolo).
Oltre all’insieme dei protagonisti in senso stretto (la famiglia Simpson) e allargato (Nonno Abe, Krusty, Flanders, Boe, lo stesso Apu e così via) c’è poi tutta una città di esilaranti comprimari; slegati dalla necessità di entrare in relazione empatica con lo spettatore (o in generale di mostrare un qualunque tipo di tridimensionalità), gli NPC dello show possono permettersi di essere esageratamente caricaturali senza smontare il dramma dell’episodio in cui compaiono.

Soffermiamoci un poco su questi NPC stereotipati e sul perché dovremmo, o non dovremmo, considerarli offensivi. Intanto, il periodo storico: non è una giustificazione, ma la televisione mainstream degli anni ’90 è un contesto molto diverso rispetto a quello attuale; c’entrano l’ascesa di internet e il modo in cui si è evoluto il discorso sull’ironia, all’interno del quale lo show di Groening ha giocato il ruolo decisivo almeno fino al ’97, quando uscì South Park.

Nel corso dello showrunning di Al Jean e Mike Reiss nelle stagioni 3 e 4, e poi sempre più durante le successive, l’utilizzo che lo show ha fatto degli stereotipi si è evoluto; in piena consapevolezza di come i tempi cambino e gli espedienti si usurino, gli sceneggiatori hanno aggiunto nuovi bersagli alla loro satira, che per definizione si dovrebbe sempre rivolgere contro il potere, e infatti The Simpsons si afferma nella cultura pop proprio come un velenoso attacco ai cardini del sogno americano: la religione, la famiglia perfetta, la patria e il consumismo.

Una piccola parentesi. Non è del tutto vero che lo show rifiuta ogni espressione di autorità, a patto di non prendere in forte considerazione (di nuovo come attenuante) il contesto della tv americana degli anni ’90; fuori da questo contesto, potremmo piuttosto considerare The Simpson come un adattamento della propaganda statunitense all’inedito assetto di poteri creato dall’ascesa di mezzi di comunicazione sempre più veloci. Prendiamo in considerazione l’episodio Mr Lisa Goes to Washington, della terza stagione, in cui Lisa partecipa ad un concorso letterario sul tema del patriottismo. Dopo aver casualmente scoperto un losco affare di corruzione, Lisa trasforma il suo tema in una indignata invettiva contro il sistema, rinunciando così alla vittoria finale nel concorso, ma mettendo così in moto un senatore allarmato (“una bambina ha perso la fede nella democrazia!”) che porta l’FBI ad arrestare i corrotti e la stampa a darne immediata notizia, così che Lisa possa didascalicamente affermare in finale di episodio che “allora il sistema funziona!” Come scrive Lauren Berlant nel suo saggio The Queen of America goes to Washington City, le forme di comunicazione dei mass media postmoderni rappresentano in questo episodio una nuova forma di cittadinanza eroica, in superamento del lessico della monumentalità patriottica (le visite di Lisa ai memorial di Lincoln e Jefferson si risolvono in un comico nulla di fatto, in fragorosa rottura con la tradizione). Chiusa la parentesi.

Sin dall’inizio, la rappresentazione che lo show fa della tv è grottesca, iperbolica, ridicola e deprimente.

Qualunque sia il peso che volete dare al nucleo satirico dello show, il dato incontrovertibile è la sua costante evoluzione riflessiva. In un inseguimento ricorsivo generato dal fatto di aggredire il mezzo televisivo dal suo interno (la stessa fallacia che ricorre riguardo agli status polemici su Facebook contro i social stessi) e avendo compiuto il passo irreversibile dentro la cultura mainstream, i Simpson cercano appunto nuovi bersagli, tra cui la serie stessa, i suoi personaggi, i suoi luoghi, il suo network e i suoi produttori.
Con il crescere del minutaggio, era una delle sole possibilità percorribili per evitare che i personaggi ristagnassero nello schermo, immuni all’invecchiamento fisico mentre il mondo reale cambia a velocità sempre maggiore.
Che quantità di situazioni comiche si può ricavare da un personaggio archetipico che non può avere nessun tipo di evoluzione, rigenerandosi immutato alla fine di ogni episodio? Un numero finito, certamente.

Ironizzare sui limiti del format è stata una scappatoia brillante che ha risolto due problemi: il primo, quello appunto di trovare nuove situazioni comiche una volta esaurite tutte quelle possibili; il secondo, quello creato dal cambiamento delle sensibilità e dei gusti del pubblico, che necessitava una satira che fosse almeno apparentemente più sofisticata. L’attitudine satirica della serie si è diluita fino a corrompersi definitivamente nel corso degli anni, complici anche numerosi problemi legati alla produzione (stando alle fonti di Dead Homer Society, le gag venivano riscritte 30/40 volte prima che il team degli sceneggiatori subisse numerose fuoriuscite).

Sin dall’inizio, la rappresentazione che lo show fa della tv è grottesca, iperbolica, ridicola e deprimente. Il personaggio di Reiner Wolfcastle, parodia di Arnold Schwarzenegger e in generale dell’eroe action anni ’80, è forse il più rappresentativo in questo senso.

wolfcastle standup comedian impact meme

Gli Zombie Simpson sembrano usciti da dentro le tv delle prime stagioni.

 

I Simpson si sono trasformati in una versione nevrotica della classica sitcom americana di cui per tutti gli anni 90′ hanno rappresentato la nemesi.

Nella fase iniziale, complice anche una bassa frequenza delle gag, gli NPC hanno un ruolo di poco più che contorno; con il procedere delle stagioni, l‘assurdo inizia progressivamente ad uscire dai televisori intradiegetici in cui era relegato e a invadere la realtà delle avventure de I Simpson, che nelle prime stagioni si limitano (si fa per dire) a sovvertire, almeno apparentemente, la morale dei classici temi della sit-com e del cinema americani. Le possibilità narrative offerte da questi temi si sono andate esaurendo contestualmente all’efficacia comica delle singole gag: c’era bisogno di un rilancio ambizioso, e attivare ogni possibile risorsa offerta dalla lore.

Tra i nuovi strumenti comici dei Simpson della seconda fase, proprio quelle esagerazioni degli stereotipi che hanno l’effetto di dire qualcosa tipo: “Sono consapevole che questo particolare aspetto è stereotipato e potenzialmente offensivo, per cui lo esagero in maniera tale che in realtà l’ironia sia rivolta verso di me che la sto adoperando in maniera così grossolana”.
Alcuni esempi di questo meccanismo: Homer che si preoccupa delle tendenze omosessuali di Bart e lo porta nella fabbrica/discoteca, dopodiché viene rimproverato da Boe di non sapere che tutta l’industria dell’acciaio è gay; il pizzaiolo italiano che serve al Piccolo Aiutante di Babbo Natale e alla sua compagna un piatto di spaghetti come in Lilly e il Vagabondo; il giovane Roy che piomba in casa Simpson nella stessa estemporanea maniera di Pucci il Cane nel Grattachecca & Fichetto Show; Mr. Burns che libera dalla gabbia delle scimmie alate come ne Il Mago di Oz.

Con l’avvento degli Zombie Simpson, questo uso creativo dello stereotipo  si presta ad una sempre maggiore ambiguità, a sovrapporre cioè l’ironia metatestuale (l’autoironizzare sull’aver utilizzato male e superficialmente/esageratamente uno stereotipo) e quella effettiva che l’uso corrotto dello stereotipo dovrebbe sconfermare: un’anticipazione dei problemi con l’ironia stratificata di internet.
Con il passare degli anni, I Simpson si sono trasformati in una versione nevrotica della classica sitcom americana di cui per tutti gli anni 90′ hanno rappresentato la nemesi.

meme gesto italiano

Nella foto: la mia reazione agli Zombie Simpson.

Do it like a monkey

Intervistando i colleghi del mondo dello showbiz, Kondabolu ci racconta che una richiesta spesso rivolta (fortunatamente sempre meno) agli attori e doppiatori indo-americani è quella di impostare la voce come Apu: una cantilena vagamente somigliante ai versi delle scimmie e che pare risulti divertente agli anglofoni, o che perlomeno risultava divertente 30 anni fa quando Azaria improvvisò questo accento durante le prove. Per dirla con Kondabolu: l’imitazione di un uomo bianco che imita suo padre.
Questa cosa sembra porsi in diretta continuità con la tradizione dei blackface: interpreti bianchi con la faccia dipinta di nero (da qui il nome) nei ruoli di personaggi afroamericani, ovviamente stereotipati e caricaturali. Woopy Goldberg è una grande collezionista di memorabilia dell’era dei blackface (collezione cui ha dato nome negrobilia) e Kondabolu la intervista nel suo film per approfondire la natura irrimediabilmente razzista di questo fenomeno, che ha riguardato anche personaggi indiani o di origini indiane (interpretati da bianchi) e che si è configurato nel tempo proprio nella richiesta agli attori di parlare con quell’accento artefatto (la cantilena scimmiesca, per intenderci), piuttosto che in modo naturale. Come detto, col tempo il cinema e la tv hanno abbandonato questi stereotipi e gli interpreti indo-americani si sono affrancati da questo degradante retaggio, di cui Apu rappresenta l’ultimo anacronistico baluardo.

Lo scambio di battute tra Lisa e Marge che ho riportato sopra non è l’unica incursione della polemica dentro lo show.
Mike Reiss ha dichiarato che lo show avrebbe già risposto alle critiche di Kondabolu&Co. tramite Much Apu about Something, del 2016; in realtà tale episodio è ampiamente incluso e discusso nel film, il che suggerisce che anche Reiss, proprio come Groening, non lo abbia nemmeno visto.

Comunque, quello che accade nell’episodio è che Apu riceve la visita del giovane nipote Jay, doppiato dall’attore Utkarsh Ambudkar.
Nel film, Ambudkar racconta dell’emozione nel ricevere la chiamata della Fox e la soddisfazione nell’apprendere che non avrebbe dovuto impostare in alcun modo l’accento; il personaggio da lui interpretato sembra infatti assolvere un compito meta-testuale: nella scena in cui aggredisce verbalmente suo zio Apu accusandolo di essere un uomo ancorato al passato (uno stereotipo vivente, insomma) sta contestualmente attaccando ciò che Apu rappresenta.

Jay Nahasapeemapetilon giovane nipote Apu

Ve lo ricordate? Jay era già comparso, da bambino, nel vecchio episodio Homer l’eretico. Un bell’esempio di coerenza narrativa degli Zombie Simpson, in cui solo a pochi eletti è concesso il beneficio dell’invecchiamento.

Con questo episodio ed in particolare con la sequenza che abbiamo descritto, lo show mette in scena un contraddittorio virtuale con i vari performer indo-americani che già prima del film avevano attaccato Apu, tra cui lo stesso Ambudkar e ovviamente Kondabolu. Il titolo rimanda esplicitamente al vecchio, celebre episodio Much Apu about Nothing.
Ambudkar spiega (sempre durante il film) che i doppiatori non hanno accesso alla parte di script che non li riguarda; ecco infatti che il contraddittorio era appunto solamente inscenato e costruito ad arte per preparare la punchline e demolire le accuse di razzismo con l’argomentazione per cui (provate a indovinare?) tutti i personaggi de I Simpson sono degli stereotipi.

“That’s exactly what I’m talking to you about. You’re my uncle and I love you, but you’re a stereotype, man. Take a penny, leave a penny. I’m Indian, I do yoga. Why don’t you go back to the Temple of Doom, Dr. Jones!”

Infatti, non appena Jay conclude la sua invettiva contro lo zio Apu, esce di scena e fa ingresso al suo posto il pizzaiolo italoamericano Luigi, che è appunto uno stereotipo tra i più caricaturali; la costruzione della sequenza (apparente equilibrio ed autocritica nella prima parte, ludibrio e sarcasmo nella seconda) mi sembra di grande disonestà intellettuale.

Su questa stessa linea difensiva dello show si è affiancata la stampa conservatrice e liberale: esemplificativo il doppio standard con cui in Italia sono state riportate le notizie su Apu e quelle sullo scandalo D&G/Cina. Se ve lo foste perso, Dolce & Gabbana ha realizzato una campagna pubblicitaria ritenuta molto offensiva, in cui una donna cinese cerca con difficoltà di consumare cibo occidentale con le bacchette, mentre una voce fuori campo commenta cose tipo “forse quel raviolo è troppo grande”. Lo scandalo ha fatto saltare l’importante sfilata che gli spot avrebbero dovuto lanciare ed in generale ha causato ingenti perdite economiche al brand, il che ha costretto i due stilisti ad un surreale e imperdibile video di scuse.
Così, pescando un quotidiano assolutamente a caso (Il Giornale), apprendiamo che mentre Apu sarebbe una “vittima del politicamente corretto” che “i buonisti vorrebbero far cacciare”, la cattiva ricezione di questo spot sarebbe da attribuirsi al non avere “la minima idea di come si fa immagine in Cina”, col risultato che “un cannolo amaro da mezzo miliardo fa saltare i conti di D&G”.

Anche Il Corriere della Sera affianca a un “Apu ucciso dal politicamente corretto” una spiegazione sul “perché anche la scelta della modella è stata ritenuta offensiva” (redatta nientemeno che da una rappresentante cinese del Corriere), dato che “vale la pena interrogarsi su quali siano i messaggi che, nei tre video incriminati, hanno irritato la sensibilità cinese”. Mentre D&G vengono condannati da queste dissertazioni a base di fatti e logica, non si capisce perché la Fox non dovrebbe salvaguardare i propri interessi commerciali e adeguarsi agli standard di “sensibilità” moderni.
(Qui trovate un pezzo di Eva e Lorenzo sul caso dello spot Gillette).

Apu scimmie ridono

Bene!

WATCH THE FUCKING MOVIE

Aggiornamento sui fatti: è uscito a gennaio un documentario sulle accuse di pedofilia a Micheal Jackson: si chiama Leaving Neverland, di Dan Reed.
In seguito alla visione di questo documentario, Al Jean ha annunciato che l’episodio Stark Raving Dad verrà ritirato da ogni futura raccolta ufficiale e quindi estromesso dalla memoria dello show. Nell’episodio, Micheal Jackson prestava la sua voce al personaggio di Leon Kompowsky, un carismatico internato di un istituto psichiatrico che crede di essere il Re del Pop. In particolare, la canzone creata appositamente per lo show e cantata dal personaggio in duetto con Bart, cadrebbe in una luce sinistra al seguito della visione del documentario, dal quale pare emergere, a detta di Jean, che Jackson potrebbe aver strumentalizzato quella canzone a fini di adescamento.

Nella medesima intervista, Jean viene di nuovo sollecitato riguardo ad Apu:

(Intervistatore): As far as the Apu controversy goes, cultural revisionism is a very difficult question, and I’m wondering if you could shed some light on your decision-making as far as keeping Apu on the show.

(Jean) I apologize for anyone who was bullied because of Apu. I hate bullies. I was bullied, and if you’re a bully I’ll kick your ass, so certainly that was wrong. But as a writer, I always wanted to make Apu an original character—more noble, more hardworking, and more intelligent than the average Simpsons character. When we were doing Episode 4, there was a big joke that Reverend Lovejoy didn’t even know what religion he was, and Apu was just being this wonderful volunteer fireman, and there was an article in the Guardian recently by a South Asian writer who said that moment made him feel really proud. So I think there are a lot of things about Apu that have made South Asians very proud, and it’s a very complicated issue. But no one should be bullied because of him, and I’m very sorry about that.

Did you guys modify the character of Apu at all in the wake of the documentary?

It’s a work in progress. That’s all I can say.

 

Sembra quindi che la produzione stia infine per fare i conti con il terremoto partito da Kondabolu, forse con l’intento anche di anticipare le ulteriori polemiche con la controversia di Micheal Jackson. Che questa svolta abbia a che fare anche con l’acquisizione della Fox da parte di Disney? Per ora, non si sa.

C’era una regola espressa per raffigurare gli NPC de I Simpson: non dovevano in alcun modo avere un aspetto meno ordinario dei protagonisti; in altre parole, non dovevano mai emergere veramente dallo sfondo

È importante ricordare quanti sviluppi abbiamo avuto solo negli ultimi due anni, e quanto tempo sia effettivamente passato da quando Apu Nahasapeemapetilon ha esordito (25 Febbraio 1990, The Talltale Head); se gran parte de Il Problema con Apu è scandito dai tentativi a vuoto di Kondabolu di intervistare Hank Azaria, oggi quest’ultimo è il più autocritico tra tutti gli artisti dello show tirati in ballo: “I think the most important thing is to listen to Indian people and their experience with it. I really want to see Indian, South Asian writers in the writers room…including how [Apu] is voiced or not voiced. I’m perfectly willing to step aside. It just feels like the right thing to do to me.”

In un breve frangente del film, Kondabolu scherza insieme ai suoi genitori su questa faccenda di Apu e degli stereotipi; il padre fa notare a Hari di portare i capelli proprio come il commesso del Kwick-E-Mart. Kondabolu gli domanda come mai agli anziani immigrati questi problemi di rappresentazione sembrano interessare molto meno che ai giovani di seconda e terza generazione: la risposta è che loro dovevano farcela ad ogni costo, dovevano pensare a sopravvivere. In altre parole: erano in una posizione di maggiore debolezza.

C’era una regola espressa per raffigurare gli NPC de I Simpson: non dovevano in alcun modo avere un aspetto meno ordinario dei protagonisti; in altre parole, non dovevano mai emergere veramente dallo sfondo (in questo bell’articolo trovate la storia della più grande eccezione a questa regola: l’Uomo Talpa).
È nella settima stagione che si compie definitivamente il passaggio di Apu da NPC a personaggio compiuto, eroe positivo borghese. Nella vicenda della svolta vegetariana di Lisa, Apu si presenta a lei in epilogo di puntata nella più classica veste dell’esotico asceta con ruolo di bussola morale, declinato nella forma comica dell’understatment: per l’occasione, si scopre l’esistenza di un giardino proprio sul tetto del suo negozio.

Ma il vero perno dell’epica di Apu e delle memorie difensive in suo favore è il già citato “Tanto Apu per niente” (Much Apu about Nothing), in cui il sindaco Quimby individua negli immigrati irregolari il capro espiatorio per i dissesti finanziari della città e indice un referendum popolare per decidere se i clandestini vadano o no espulsi dagli Stati Uniti. Questo episodio viene agitato dai difensori dello show come vessillo dell’anima intimamente progressista dei Simpson e come prova schiacciante contro le accuse di razzismo, e certamente sarebbe valida se parlassimo di razzismo in senso “forte”, scientifico.
Al netto del fatto che sarebbe interessante capire quanto il pizzaiolo e il gangster vengano considerati stereotipi intrinsecamente degradanti e offensivi, non sono loro i termini di paragone con Apu, anche perché non si sono mai scollati dal ruolo di meri NPC.

Il vero corrispettivo italiano di Apu sarebbe un emigrato a Londra, lavapiatti, suonatore di mandolino, laureato, devoto a Padre Pio, costantemente nostalgico verso sua madre e la pastasciutta, scaltro, di bell’aspetto, eterosessuale, seduttore, che in alcuni splendidi episodi riscatta la sua pigrizia grazie ad un cuore puro e si solleva così dall’anonimato in un ipotetico mondo afrocentrico in cui gli oppressi coloniali sono i bianchi. Il suo nome? Garibaldi, o meglio ancora, Dante: potremmo trovare questa scelta poco edificante, oppure potremmo apprezzarla in quanto espediente per rimarcare la natura tragicomica dell’esistenza del nostro eroe, schiacciato dal peso delle aspettative, e aiutarci a empatizzare con lui… Certo riusciremmo a empatizzarci meglio se parlasse inglese malamente come lo parliamo noi italiani, invece che come un nero che fa l’imitazione di un nero che imita i nostri genitori.
Dal momento in cui Apu emerge dalla funzione meramente ambientale degli NPC e diventa un protagonista, richiedendo cioè allo spettatore una reale immedesimazione in lui, perdono ogni legittimazione (anche quelle sul contesto) i suoi connotati stereotipati e in particolare il suo accento demenziale; Apu è uno dei più grandi e riusciti monumenti al razzismo paternalistico in tutta la storia della tv.

C’è un sacco di gente che ha attaccato il film senza averlo visto; come abbiamo detto, tra loro anche persone con ruoli di grande peso nello show che avrebbero fatto bene ad articolare una risposta degna. L’errore di prospettiva di molti di questi apologeti a priori sta nel non comprendere che The Problem with Apu non è un pippotto moralista sul perché non si dovrebbe ironizzare sugli stereotipi; è un attacco simmetrico lanciato da un comico brillante contro lo show televisivo più rilevante di sempre, e singolarmente preso è più interessante delle ultime 20 stagioni dei Simpson condensate insieme; non solo, è anche più scorretto, perché dal 1999 in poi I Simpson sono establishment.
Mentre scrivevo questo pezzo, stavo per commettere un errore imperdonabile, da perfetto ottuso uomo bianco: prendere le parti di Kondabolu senza aver visto il suo film. Il suo fottuto film (come lo chiama lui).
Grazie a questo fottuto film posso ascoltare Apu e provare lo stesso effetto di quando Brignano imita l’accento di un immigrato romeno: non un bell’effetto.

Uccidi i tuoi idoli. (Gli idoli ovviamente sarebbero I Simpson, non Brignano).

Se incontri il Buddah per strada, uccidilo. (Spero di non aver rovinato questa chiusura a effetto).

Guarda il fottuto film. (No sul serio, è bello).

Thank you, come again.

 

Scritto da canemanzo