La serie televisiva del “Nome della Rosa” di Umberto Eco è stata lanciata con grande enfasi dalla RAI, che ne ha fatto una produzione internazionale con nomi importanti nel cast. Del resto, “Il Nome della Rosa” è uno dei rari casi di grandi bestseller italiani – oltre 55 milioni di copie vendute nel mondo – e un’occasione da non sprecare: ma anche, inevitabilmente, un campo minato, da far tremare le vene e i polsi a qualsiasi adattatore. Un grande classico anni ’80 – libro e film – non solo italiano, che era al tempo stesso doveroso e difficilissimo rilanciare.

Umberto Eco fa infatti nel suo romanzo – uno dei capolavori fondativi del postmoderno letterario, a livello non solo italiano – un gioco particolarmente complesso di incastro di differenti piani di lettura. C’è il giallo, con una evidente trasposizione di Holmes e Watson in Baskerville (rimando al celebre Mastino) e Adso. C’è il romanzo storico. C’è l’allegoria politica incentrata sul dibattito della povertà di Cristo: i francescani possono rimandare al PCI del compromesso storico, i fraticelli alla sinistra extraparlamentare, i dolciniani ai terroristi di quegli anni di piombo da cui l’Italia stava uscendo a fatica nel 1980. E infine c’è il romanzo filosofico-semiologico, in cui Eco mostra come la dottrina che ha contribuito a fondare col Trattato di Semiotica (1975) poggi solidamente le sue basi sul nominalismo medioevale (da cui il criptico, benché affascinante, titolo del romanzo). Tutti questi piani sono poi intrecciati tra loro in un labirinto testuale che si sovrappone a quello dell’Abbazia: quattro sensi di lettura, come quelli dell’esegesi biblica ripresi da Dante nella sua Commedia (e a cui Eco fa alcuni ironici riferimenti).

Tralasciamo – come richiesto, a ragione, dal regista Giacomo Battiato, autore anche della sceneggiatura con Andrea Porporati e Nigel Williams – il parallelo col film di Annaud del 1986, reso celebre dall’interpretazione di Sean Connery. Infatti si tratta di ambiti totalmente diversi: in un film di due ore la trama viene inevitabilmente sintetizzata all’estremo, mentre alla serie – con otto ore complessive – tocca la sfida di una maggiore fedeltà al testo.

Come affronta questi problemi la trasposizione televisiva?
Per molti aspetti, spiazzando lo spettatore che sia un lettore fedele del grande classico di Eco.
Inevitabile tagliare la cornice in cui Eco (citando Manzoni…) finge di ritrovare “naturalmente, un manoscritto”: una chiara dichiarazione di postmodernità ironica e citazionista. Ma cominciare con una scena di battaglia – legittima, data la trama, ma spiazzante, per chi attende un “medioevo di monasteri” – a suo modo è una dichiarazione di poetica significativa, di un adattamento che non può che intervenire, a tratti, fortemente sul testo. È una serie tv che vuole combattere negli anni in cui il genere avventuroso/medioevale è condizionato da un fenomeno delle dimensioni di Games Of Thrones, un fantasy a basso tasso di fantastico e alta percentuale di complotti (serie di romanzi e poi serie tv): e quindi chiarisce che le narrazioni di “secondo livello” (terzo, in realtà: Eco racconta Adso che racconta cosa gli hanno raccontato) saranno rappresentate direttamente in scena, aggiungendo così qualche elemento action in più (interessante ad esempio l’episodio dei dolciniani, che si trova più avanti). Visivamente questo comporta, forse, un linguaggio filmico a tratti meno cupo di quello ossessivo del film ma, anche, del libro, uno stile televisivo più “medio”, che si concede ovviamente molte efficaci inquadrature ma nel complesso ha – anche comprensibilmente – un registro meno uniformemente gotico.

Emergono anche fin da subito consistenti – forse inevitabili – licenze narrative: Adso è un eroe più romantico e meno passivo, non viene inviato dal barone padre al seguito di Guglielmo, ma lo segue per una ribellione sdegnata al susseguirsi di inutili stragi contrapposte. Altrettanto radicalmente viene modificato Baskerville, rovesciando intenzionalmente un tratto che Eco gli aveva voluto dare: infatti, nelle “Postille” al romanzo lo scrittore chiariva di avergli volutamente tolto ogni carattere di pietà, per rendere sottilmente inquietante (come Holmes) questo ossimorico “francescano inquisitore”. Qui, invece, si apre con un “abbraccio al lebbroso” che accentua il carattere francescano del personaggio (in tempi in cui c’è un papa di nome Francesco, che certo avrebbe stupito Bonifacio VIII, Giovanni XXII e quella genia di papi lì). Nel romanzo infatti Baskerville parla intellettualisticamente in favore dei lebbrosi, ma sempre con fredda distanza razionale. Qui è una figura positiva più a tutto tondo, un mentore credibile per Adso, realmente partecipe ai problemi degli ultimi non solo quasi come esercizio intellettuale. A margine di questo, nello zeitgeist attuale della politica italiana, non sono mancate alcune accuse per tale rappresentazione solidale verso gli ultimi, leggendola come un inserto “moderno”: ma si tratta di una componente presente già nel testo di Eco, come detto sopra, che – come tipico del romanzo storico, dal Manzoni in poi – usa il passato anche per discorrere del presente. Anzi, nell’inserirla il serial (come aveva fatto già il film, del resto) lascia aperta una finestra sul “terzo piano di lettura”, quello politico, magari aggiornandolo dopo trent’anni di caduta verticale delle ideologie (ma non dei problemi sociali), non limitandosi al “giallo storico”.

Poste queste premesse, lo sviluppo procede comunque in modo nel complesso piuttosto fedele. Turturro è un ottimo Baskerville che ha il vantaggio di un nome noto, ma non così iconico come Sean Connery, che in parte schiacciava la lettura nel senso (anche allora falsante) di “James Bond interpreta Umberto Eco”. Il Baskerville di Turturro è più holmesiano, anche per l’aspetto più affilato dell’attore. Bene anche Rupert Everett come Bernardo Gui (Everett per il lettori di fumetto italiano rimanda a Dylan Dog, a lui ispirato nell’aspetto: e anche questo ci sta particolarmente bene un rimando per il comune spirito gotico), e  azzeccato anche Emerson come Abbone di Fossanova (il mastermind Ben in “Lost”, perfetto per la paranoia da complotto che avvolge anche il “Nome”).

La modifica più consistente è l’anticipazione della sottotrama legata alla Ragazza, che viene qui ampliata a dismisura invece di essere un singolo momento, particolarmente pregnante proprio per la sua apparizione (e drammatica sparizione) immediata e imprevista. Anche il film aveva modificato la conclusione della sua vicenda, in omaggio all’imperante legge dell’happy ending, in modo tra l’altro, là, piuttosto forzato. Qui l’ampiamento è quasi indispensabile per creare una “linea sentimentale” altrimenti assente (non si è invece inserita una aperta “linea comica”, magari sul personaggio di Salvatore, mantenendo il carattere cupo dell’opera originaria ed evitando il rischio sempre presente, per il dramma storico, dello “spettro del Machiavelli” ben evocato dal telefilm Boris). La sottotrama resta comunque per ora sostanzialmente scollegata dalla vicenda principale, e non disturba troppo la fedeltà dell’opera nel suo prosieguo. Resta la curiosità di vedere se sarà scelta la strada del film o quella del libro nel risolvere la sua vicenda (o una terza variazione, magari, diversa da entrambe).

Se la prima puntata sconta una certa faticosità per la sua natura introduttiva, nella seconda – entrando nel vivo dei delitti e, ancor di più, nel labirinto della biblioteca – la parte narrativa della detection ingrana, e riesce anche ad evocare il giusto spirito apocalittico che avvolge il romanzo di Eco. La visione di Adso è convincente, e anche il particolare (spurio) della Biblioteca il cui accesso è segnato da immagini infernali funziona bene, evocando la “discesa agli inferi” che inevitabilmente è (e, nel 1327, a pochi anni dalla morte dell’Alighieri, ha anche un vago gusto “dantesco” che il romanzo evoca anche tramite poche ma opportune citazioni).

Insomma, indubbiamente un prodotto interessante, una fiction di livello che accetta la sfida di parlare a un pubblico internazionale, collegandosi alla nostra grande letteratura recente e uscendo da certi stereotipi che negano la possibilità di un fantastico, o anche solo di un avventuroso (come qui) italiano. E chissà che un eventuale successo non possa essere la premessa a nuovi adattamenti di Eco, degli altri sei romanzi offuscati da questo primo successo (con una certa sua insofferenza): a partire dal grandioso “Pendolo di Foucault”, che potrebbe spazzare via senza problemi l’ingenuo “Codice da Vinci” di Dan Brown. Ma prima, naturalmente, dobbiamo uscire dal Labirinto: sempre che Guglielmo anche questa volta sappia insegnarci a difenderci dalle sue insidie.

Scritto da Lorenzo Barberis