Il 1 gennaio 1919 è stato il centesimo anniversario della nascita di uno dei più enigmatici scrittori del Novecento: Jerome David Salinger. Scomparso recentemente, nel 2010, all’inizio di questi “nuovi anni Dieci” che volgono alla conclusione, Salinger più di ogni altro è l’uomo di un solo libro.

Ci ironizzano anche i Simpson, con una insolita cattiveria, nella puntata in cui Marge, aiutando la gattara a far pulizia, cade a sua volta nell’accumulo seriale, e tra l’altra paccottiglia raccoglie dall’immondizia “l’opera completa di Salinger senza il giovane Holden”.  Le opere “minori”, connesse alle vicende dell’eccezionale famiglia Glass, sono in realtà considerate ovviamente un tassello rilevante della letteratura nordamericana del secondo ‘900: ma altrettanto chiaramente non hanno raggiunto l’importanza e la notorietà di Holden Caufield.

Il mito dello scrittore però, in questo caso, riesce quasi ad eguagliare quello del suo personaggio. L’aspetto più universalmente noto è la sua reclusione assoluta, paragonabile all’altrettanto assoluto anonimato del padre del postmoderno letterario, Thomas Pynchon: un’auto-cancellazione che ne ha inevitabilmente accresciuto la fama. Salinger però ha avuto una vita interessante a prescindere da questo aspetto: nasce a Manhattan in una famiglia di religione ebraica, il padre vende prodotti kosher e svolge anche il ruolo di rabbino in una congregazione.

Gli studi superiori lo vedono come uno studente ritenuto “mediocre”, e li abbandona per andare in Austria ad imparare il lavoro del padre presso la sede centrale della ditta, ma resta disgustato dai metodi di macellazione. Abbandona il paese un mese prima dell’Anschluss nazista, e nel 1939, frequentando un corso di scrittura creativa della Columbia, viene finalmente scoperto e pubblica il racconto di esordio, “The Young Folks”, nel 1940. Si parla già del tema che lo renderà famoso: vicende di giovani ragazzi sbandati e senza meta nella vita, il primo abbozzo di quella che sarà la Beat Generation dei ’50 (prima comunque c’era la Lost Generation della prima guerra mondiale, noi degli ’80 siamo cresciuti nella “informe Generazione X”: difficile trovare una definizione sociologica che non sembri implicare riprovazione per questi giovinastri, signora mia).

Nel 1941 frequenta Oona O’Neill, che gli preferirà però ben presto Charlie Chaplin; sorteggiato per il conflitto, nel 1942 parte per l’Europa e ha modo di partecipare al D-Day. Sbarcato in Normandia, vi conosce Hemingway che ne apprezza il talento straordinario, è – lui, di origini ebraiche – fra i primi soldati che entrano in un campo di concentramento, esperienza che contribuisce al suo post-war disorder. Tuttavia durante l’occupazione americana della Germania post-nazista sposa Sylvia, una donna tedesca: non dura, si lasciano dopo otto mesi, non vorrà sapere più nulla di lei. Ritornato, vede la pubblicazione sul New Yorker di un suo primo racconto, che confluirà poi in “Nine stories”. Aveva già inviato Slight Rebellion off Madison, composto e accettato nel 1941, ma non pubblicato poi per lo scoppio della guerra: vi appariva la prima versione di Holden.

Dato che il racconto lo convince nonostante la vicenda sfortunata, lo amplia, e ne emerge il suo grande personaggio, nel romanzo del 1951. Vende subito oltre un milione di copie in USA, è il grande romanzo generazionale, non solo del suo tempo. In una delle poche interviste che concede in vita sua –  a un giornalino scolastico, nel 1953 – lo stesso Salinger rivela la natura autobiografica del personaggio. Immancabili le censure: nel 1960 un insegnante è licenziato per averlo fatto leggere, e nel 1961-62 è il libro più censurato nelle biblioteche scolastiche (segni inevitabili del suo crescente, dirompente successo). Ancora oggi, comunque, è spesso contestato negli USA dalla parte più conservatrice dell’opinione pubblica, con conseguente “effetto Streisand” (il tentativo di censura si traduce in pubblicità): emblematico a tale proposito il fatto che nel 1981 il Giovane Holden sia il libro più vietato nelle scuole, ma anche il secondo fra i più adottati. Un libro che polarizza, odiato dai reazionari, amato dai progressisti, in USA ancora oggi.

Dalla fine degli anni ’40 era iniziato intanto l’avvicinamento di Salinger allo yoga, al buddhismo, e ad una vasta varietà di filosofie eterodosse (un qualche riflesso appare anche in Holden, dove vari personaggi fanno riferimento alle dottrine orientali, che iniziavano a diffondersi a livello di massa negli USA del periodo). Con il successo e la seconda metà dei ’50, inizia il progressivo isolamento: usciranno ancora “Franny and Zooey” (1961) e “Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione” (1963: ha un titolo che sembra massonico, ma è una citazione della poetessa Saffo). Poi prevale il silenzio e il mistero, ma il suo grande romanzo continua a parlare per lui, affascinando le generazioni: volume proibito nei puritani anni ‘50, la sua “ribellione senza una causa” piace al ’68, e gradualmente si impone perfino nei programmi scolastici (il che magari è paradossalmente il segno di una certa perdita, col tempo, della sua forza dirompente).

Da noi, in Italia, ha grande successo ma una vita editoriale perlomeno curiosa. Il titolo è intraducibile: “The Catcher In The Rye” è la strofa di una poesia che simboleggia la purezza infantile inseguita confusamente da Holden, che ricorda vagamente di un “acchiappatore” che insegue i bambini in un campo per trarli in salvo. Ma può anche indicare un ruolo del football americano (catcher) e un tipo di grappa a basso costo (rye), due elementi che possono far riferimenti al giovane protagonista. Per fortuna si evita “Il terzino nella grappa”, ma il primo titolo propende per “Vita da uomo”, che anche nella immagine di copertina non fa pensare a un romanzo adolescenziale.

Dieci anni dopo l’originale, nel 1961, l’Einaudi azzecca “Il giovane Holden” (Italo Calvino in persona spiega in una breve prefazione l’intraducibilità dell’originale) e affida la traduzione ad Adriana Motti, che – per sua ammissione – non lo prende troppo sul serio: realizza una traduzione ingegnosa ma, non per sua colpa, infedele, dovendo edulcorare di molto il linguaggio dello sboccatissimo Holden. La prima cover riflette quella impostazione infantilizzante, con un bel disegno, ma di un bambino che mangia un gelato. Il successo si lega, almeno nell’immaginario, all’edizione con la cover “all white”, che dà l’idea del romanzo imprescindibile (seguendo il desiderio di Salinger, che non voleva copertine: nemmeno quella bella e iconica dell’edizione americana).

Così anche da noi il bad boy americano fa gradualmente piazza pulita delle deliziose melensaggini da libro “Cuore”. E se anche l’Ottocento offriva la sua buona dose di ragazzacci adorabili – il nostro Pinocchio e i loro Tom Sawyer e Huckleberry Finn, tanto per dire – Holden ha il fascino della modernità industriale, con il surplus che ha sempre la Grande Mela: imbattibile.

Insomma, Salinger sarà anche morto, ma Holden sta decisamente bene. Qui da noi un autore del calibro di Baricco gli ha intitolato la sua influente scuola di scrittura torinese, e Matteo Colombo ne ha curato una nuova, molto più fedele, traduzione. Anche molto di recente continua ad essere omaggiato nella cultura di massa: il primo vero cartone animato “for mature viewers”, BoJack Horseman, lo ha reso l’autore di “Star e celebrità di Hollywoo: che cosa sanno? Conoscono le cose? Scopriamolo!”, programma televisivo che svolge un ruolo importante nella serie. I Green Day gli hanno dedicato la loro canzone “Who Wrote Holden Caulfield”(1991), i Guns And Roses una canzone (“Catcher in the Rye”) di “Chinese Democracy”. La connessione più inquietante è quella con Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon: il giorno stesso in cui gli sparò aveva comprato una copia del libro, su cui aveva scritto una sua dedica a Holden. A suo modo, perfino un videogame controverso di qualche anno fa, come “Bully” (2006), omaggiava nel setting le perverse dinamiche delle scuole d’élite da cui fugge Holden nell’incipit del romanzo.

 

Insomma, benché Umberto Eco non lo amasse e gli preferisse i Peanuts, indubbiamente il Giovane Holden è un pilastro fondamentale della cultura pop, il modello di molti dei cattivi ragazzi che sono venuti in seguito, anche in altri media, e di altri che ancora ne verranno; e non potevamo quindi che volgergli un sentito omaggio, miseria schifa.

Scritto da Lorenzo Barberis