Ci sono tre vampiri pluricentenari, più un vampiro un po’ particolare, che vivono in una casa di Staten Island insieme al famiglio Guillermo, e vengono seguiti 24 ore su 24 da una troupe che sta girando un documentario su di loro. Poi un giorno arriva dal vecchio continente il Barone, vampiro vecchio stile che vuole conquistare il mondo, e la loro quotidianità inizia a scricchiolare. Queste le premesse della serie What we do in the shadows, che riesce in due obiettivi non semplici:

1) prende spunto da un film mantenendone appieno lo spirito originale senza snaturarlo e senza farlo rimpiangere, ma anzi abbracciandolo con brio e voglia di andare avanti ampliandone l’ambientazione.

2) trova nuovi modi per far ridere usando la figura del vampiro che è, forse solo dopo quella dello zombie e dei supereroi, stata usata e abusata in tv e cinema negli ultimi 10-15 anni.

Il film originale dallo stesso titolo, scritto e idretto da Jaimaine Clement e il Taika Waititi successivamente alle redini di Thor Ragnarok, e che  è uscito nel 2014, vedeva come protagonisti tre vampiri che racchiudevano in loro un certo tipo di vampiro cinematografico (un Lestat, un Vlad e uno più sensibile, oltre al taciturno Vampyr) coinquilini in Australia, seguiti tutto il tempo da una troupe documentaristica, alle prese con la parte più pratica e quotidiana della loro vita: tenere in piedi la loro casa, avere rapporti di buon vicinato con altri vampiri e i licantropi, non dare troppo nell’occhio con gli umani. E un sacco di battibecchi tra di loro, come in ogni rapporto tra coinquilini di lungo corso.

In questo senso la serie continua sulla stessa linea, mantenendone lo spirito e le premesse, cambiando però i protagonisti e spostando l’ambientazione. Ora siamo negli USA, a Staten Island, e seguiamo la quotidianità di Nadja (Natasia Demetrio), Laszlo (Berry), Nandor (Kayvan Novak) — e del famiglio Guillermo (Guillén), e del vampiro psichico Colin Robinson (Proksch).

Nadja e Laszlo sono una coppia molto affiatata (anche perché Nadja ha vampirizzato Laszlo), Nandor è un ex-nobile decaduto a cui ogni tanto piglia nostalgia della sua vecchia vita, Guillermo fa il famiglio da 10 anni, prendendosi cura della casa e sperando di diventare un vampiro. Colin è il vampiro più curioso: dato che il suo potere consiste nel cibarsi dell’energia psichica delle altre persone, non è un vampiro in senso classico, non si nutre di sangue, non teme aglio o croci e può stare al sole senza problemi, tanto che ha un lavoro d’ufficio e paga l’affitto della villa dove vivono tutti (ed è probabilmente l’unico motivo per cui gli altri lo tollerano pur trovandolo insopportabile).

È un vampiro energetico e di sicuro conoscete qualcuno come lui.

La serie, così come il film, trova buona parte della sua riuscita comica nella decisione di creare un’ambientazione realistica, per lo meno quella di una realtà in cui esistono i vampiri e devono sottostare a regole piuttosto rigide: non possono mangiare cibo ma solo sangue, l’aglio, i paramenti e i luoghi sacri li feriscono e il sole li uccide, per entrare da qualche parte devono essere invitati. Proprio come in un film drammatico, oppure horror. Qui però queste e altre regole vengono usate per fini comici grazie a una scrittura che è uno dei punti di forza della serie: tutto quello che succede viene utilizzato per far ridere, sia sul momento, sia per creare il terreno fertile per battute successive e premesse che rendano logici (e divertenti) alcuni colpi di scena che costellano i 10 episodi della prima stagione.

L’altro grande punto di forza è nel cast e nel feeling palpabile che c’è tra tutti loro e rende ogni dialogo esilarante. I battibecchi da marito e moglie tra Nadja e Laszlo sono assurdi date le premesse da immortali figli della notte che bevono sangue, ma sono costellati dal tipico fastidio di qualsiasi coppia rodata, così come l’affetto che mostrano tra di loro è intriso di quella intimità da amanti di lungo corso (con quei due secoli di orge con ogni sesso immaginabile e non) che li rende una delle coppie più credibili del piccolo schermo. Similmente il rapporto tra Nandor e il suo famiglio Guillermo (grandissimo fan di Antonio Banderas, primo vampiro ispanico del cinema in Intervista col vampiro) è abbastanza sfumato e approfondito da far trapelare qua e là un rapporto di odio e amore tra i due che permette di vederli come personaggi sfaccettati e non solo due cliché ambulanti usati per far ridere.

La serie riesce inoltre a creare un mondo fantastico che è solido non solo nelle sue regole narrative ma anche nella messa in scena. Se vi prendete il tempo per guardare alcune foto della serie che non siano di momenti prettamente comici, vi sfido a trovare una differenza sostanziale nella cura che è stata messa nei costumi dei protagonisti e negli arredi della loro casa (compresi tutti quei dettagli che ne costruiscono la storia passata come foto o ritratti) rispetto a un qualsiasi film o telefilm con vampiri “serio”. Questo, insieme alla scelta di ampliare l’ambientazione del film originario cambiando continente e facendoci fare la conoscenza anche di un Concilio di vampiri (in uno degli episodi migliori che trabocca di guest star inaspettate ma perfettamente in parte) e altre crew di vampiri permette agli autori di dare corpo e profondità alla storia e ai personaggi costruendo solide basi di “realismo” su cui poggiare gag anche stupidissime (l’arma usata da Nandor per combattere con i Licantropi) ma del tutto logiche date le premesse.

La serie è stata rinnovata per una nuova stagione, sempre per FX. GUARDATELA.

Scritto da Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta