In periodo di sovrapproduzione di serie e film pare sempre più importante tirare fuori un’idea che sia vendibile facilmente, un così detto High Concept comprensibile in poche parole. Oppure fare la scelta opposta: concentrarsi sul come si raccontano le cose, i dettagli su cui concentrarsi e l’atmosfera che si vuole rendere. Tim Robinson direi che ha optato per la seconda opzione creando I think you should leave with Tim Robinson: ha tirato fuori una serie di sei episodi composta da sketch comici che non sono collegati tra di loro, non hanno una singola premessa precisa e la cui caratteristica principale è quella di avere un’atmosfera peculiare apprezzabile solo guardandola.

Per fortuna Netflix continua a produrre non solo storie che seguono schemi precostituiti e che tendono ad assomigliarsi un po’ tutti ma punta ogni tanto su visioni un po’ più personali e fuori dagli schemi. L’uscita dagli schermi di I think you should leave with Tim Robbins credo si possa capire già dai primi sketch del primo episodio che mostrano bene due delle atmosfere principali scelte da Robinson e dagli altri autori per far ridere gli spettatori.

Nel primissimo sketch, interpretato dallo stesso Robbins, quella che è una gag di una semplicità disarmante e brevissima viene allungata fino all’estremo dilatandone i tempi, forte della capacità di Robbins di stare in bilico tra ridicolo e inquietudine nella sua interpretazione. Tutto parte dal classico errore che compiamo ogni tanto: tirare per aprire una porta che in realtà deve essere spinta. Una piccola gaffe imbarazzante che però viene affrontata da Robbins con un’abnegazione invidiabile nel tentativo di negarla in ogni modo.

Nel terzo sketch una premessa stravista come un contest per decretare il bambino più bello degenera velocemente verso territori violenti, sopra le righe e di devianza sessuale, mantenendo però una certa adesione alla realtà irreale dei premi di bellezza e dei reality. Senza voler diventare una vera e propria satira, lo sketch sottolinea alcune storture di quel tipo di contest, virando il tutto all’esagerazione surreale per accumulo.

Lungo tutta la breve serie sono questi gli elementi che la rendono una visione interessante, soprattutto per gli appassionati di comicità a proprio agio quando le battute spingono fino a mettere a disagio i protagonisti delle stesse. Nella scelta dei soggetti, ma soprattutto nella realizzazione, sembra che a Robinson interessi parecchio sottolineare l’imbarazzo che si prova in determinate situazioni sociali quando qualcosa va storto ma si decide di non ammettere l’errore, cercando invece un qualche tipo di giustificazione esterna o di cavarsela in maniera assurda (come lo sketch della porta).

In diverse scene è proprio il disagio creato da una situazione nata in pubblico a creare un forte conflitto tra due o più personaggi, come nello sketch del ristorante in cui Robbins si strozza col cibo rischiando di soffocare ma, a causa dell’imbarazzo, fa finta di nulla sotto gli occhi increduli di un amico. Robinson e gli altri autori decidono di approfondire, ricamare e aggiungere dettagli alla premessa che rende le gag divertente fino a passare in un territorio sottilmente inquietante. In altri casi il divertimento nasce invece dall’equilibrio sottile e ben orchestrato tra la stupidità dell’idea e la serietà della realizzazione, come nello sketch dell’aereo con la presenza di un Will Forte psicopatico e vendicativo, fino alla scoperta delle sue motivazioni ridicole per infastidire Robinson. Non mancano poi sketch semplicemente buffi e surreali come quello sui cavalli selezionati apposta per avere il pene piccolo, con una motivazione tanto ridicola quanto perfettamente legata alla logica maschile.

Di sicuro non è comicità che possa piacere a tutti ma Robinson, già autore tra gli altri per il Saturday Night Live Show, pare chiaramente interessato a tentare strade meno battute per mostrare l’umorismo e l’assurdità nel quotidiano e sembra ben felice della libertà creativa datagli da Netflix. La serie ha poi il vantaggio di essere parecchio breve, sei episodi tra i 15 e i 18 minuti ciascuno, ognuno composto da sketch di diversa lunghezza, perfetta per essere vista in pausa caffè oppure, se vi piglia bene di botto, per spararvela tutta in poco più di 90 minuti. Negli scorsi giorni Netflix ha annunciato il rinnovo per la serie.

Scritto da Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta