La prima settimana di febbraio, da 69 anni a questa parte, è appannaggio di una sola cosa: il Festival della canzone italiana, aka il Festival di Sanremo.

Nemmeno i mondiali di calcio riescono ad arrivare alle stesse vette di odio e amore del festivalone nazionalpopolare: da quando i social hanno preso il sopravvento nelle discussioni sui fenomeni collettivi, le squadre dei detrattori e dei fan si affrontano regolarmente a suon di recensioni improvvisate, strali di odio feroce, commenti da groupie o accorate dichiarazioni snob.

E quindi siamo qui, in questa pagina, a scrivere la nostra guida a come (non) affrontare il momento del Festival, partendo dalle nostre esperienze personali. Ognuno di noi ha adottato una strategia diversa, per approcciarsi e sopravvivere alla lunga settimana dedicata alla nobile arte della canzone italiana.

Adattarsi per sopravvivere: l’esperienza di Felice, il convertito

Lo confesso: sono un neoconvertito a Sanremo. Come ogni buon adepto che si avvicini a una religione da adulto sono infervorato dalla consapevolezza che solo la ragione e la saggezza dell’età riesce a dare.

Prima di incontrare la luce, ho vissuto la fase del disinteresse totale, in cui Sanremo semplicemente non entrava sui miei radar e bastava qualsiasi altro stimolo a farmelo evitare.

Successivamente, negli anni dell’università, non avere un televisore mi ha tenuto alla larga dal carrozzone mediatico del Festival, che recepivo solo al limite del mio campo visivo, con qualche articolo letto in giro o qualche conversazione ascoltata a mensa. La grande macchina di Sanremo, inevitabilmente, cominciava a scavare una crepa nella diga del mio disinteresse: in fondo, qualcosa di bello veniva pure prodotto, no?

L’età adulta è stata, invece, il momento dello snobismo: evitavo accuratamente di sintonizzarmi sulla rai in quei giorni e, anzi, dichiaravo la mia totale estraneità a quel circo che non produceva nulla di interessante, tanto è pilotato, trito e ritrito e fa arrivare in fondo alla classifica i pezzi veramente belli.

Dieci anni fa, poi, la svolta.

Quando convivi, è inevitabile che una parte delle tue passioni passino all’altra persona e viceversa. Capita di guardare film che credevi brutti e riscoprirli belli o di dover guardare il Festival perché dai, guardiamolo insieme, ci facciamo due risate.

Sanremo ti si infila sotto la pelle, ti entra in casa e non ne esce, rimane appostato sul fondo dell’armadio fino all’anno successivo, quando rispunta fuori pieno di naftalina e si accomoda sul divano.

Così è stato per me e quindi, nel corso degli ultimi anni, mi sono ritrovato a vederne solo una serata, poi la prima serata e solo i duetti, poi ho aggiunto la finale e alla fine, senza manco rendermene conto, le cinque sere dedicate a Sanremo sono diventate un appuntamento.

Negli ultimi due anni ho pure partecipato a un rito collettivo in occasione della finale: un gruppo di amici a commentare e votare i vestiti, la canzone e la sanremesità di ogni cantante. Se non è fede questa, non so cos’altro.

Sia chiaro, ne vedo ancora tutti i limiti, in termini di linguaggio vecchio, tempi troppo dilatati, qualità delle canzoni, spreco economico e tutto il resto.

Solo che me lo godo.

Prova a fuggire (se ci riesci): l’esperienza di Davide

Sono uno di quelli che non guarda Sanremo ma che ogni anno, per un motivo o per l’altro, in qualche modo si trova a seguire Sanremo e, soprattutto, chi segue Sanremo. Dopo tutto come puoi sfuggire all’evento mediatico popolare italiano per antonomasia?

Quando andavo a scuola, che fossero elementari, medie o superiori, non era possibile entrare in classe durante i giorni della kermesse senza sentirne parlare. Anzi, dato che all’epoca del liceo prendevo l’autobus, i report partivano già alle 7:15 quando salivo sul 37 barrato. Anzi, già alla fermata c’erano i capannelli di amici che si scambiavano opinioni precisissime su testo, musica, arrangiamento, vestiti, fiori. E durante l’attesa e poi il viaggio i capannelli si mischiavano dando inizio a discussioni che proseguivano dentro il 37 barrato, coinvolgendo quasi tutti i passeggeri: dal ragazzino che stava ideando un piano per non farsi interrogare, alla vecchia che faceva riscaldamento per arrivare prima al banco delle offerte del supermercato. Forse giusto l’autista si turava le orecchie che, immagino, fossero già sature di opinioni non richieste 15 minuti dopo l’inizio del suo turno.

La cosa si è evoluta nel tempo con la diffusione di internet. Se per qualche magico anno è stato sufficiente frequentare siti e forum in cui, più o meno, non interessava nulla a nessuno di Sanremo per perderne quasi del tutto le tracce, con l’esplosione dei social è di nuovo parecchio difficile non incappare in opinioni su testo, musica, arrangiamento, vestiti e fiori del festival. Ogni anno, per una manciata di giorni, è quasi impossibile non scoprire chi sono i cantanti e le canzoni in gara, tra meme che vengono generati con tempi di reazione che farebbero impallidire i migliori piloti di cacciabombardieri, opinioni in diretta sparate a raffica con la velocità del battito d’ala dei colibrì e discussioni che fanno di nuovo mischiare i capannelli di amici e conoscenti digitali, saturando velocemente gli occhi e le orecchie di chi è poco interessato alla cosa.

Esattamente come quando escono i film della Marvel o di Star Wars, eventi che trovo sempre interessanti per la capacità di generare interesse e discussioni fiume tra fazioni di appassionati, per cui un sacco di persone ci scappano di testa ma che a me non dicono nulla o quasi.

Installa il filtro ‘ignora’: l’esperienza di Anna

Mi chiedo una cosa: come faccio a lamentarmi di un Paese che non va avanti culturalmente e nello stesso tempo mettermi sul divano a guardare Sanremo, per giunta esibendomi io stessa in una battaglia di battute serrata con i miei amici su internet? Il punto vero è che sarei incoerente.

Inizio così nello spiegarmi il perché non accendo la tv per seguire il Festival. Non è vero che non l’ho mai fatto: ho iniziato quando sui social spuntavano i primi live tweeting, ho continuato guardandone spezzoni grazie all’intersezione tra internet e offline con i The Jackal, unico barlume di progresso in una trasmissione che non guarda alle nuove generazioni. È il contrario: li si guarda come animali allo zoo, praticamente, commentandone vestiti, look, presunta criogenesi di qualche partecipante o performance imbarazzanti di qualche partecipante. Lo si guarda perché ci rende uniti nella schadenfreude, feticisti del cringe.

Eppure a me la musica piace. Ma qui dentro è solo il contesto, il contorno di un fenomeno molto più grande: a Sanremo non manchiamo di mostrare le nostre italianità. Vince la canzone politically correct, vincono quelli che sembrano bravi ragazzi, vince il big che ritorna alla ribalta. In cui può succedere che il programma viene presentato dalla conduttrice per eccellenza delle reti private, dove ci sono sempre le belle ragazze coi vestiti belli, Pippo Baudo o un riferimento a lui, Beppe Vessicchio o un riferimento al Maestro. Menzione d’eccezione al testo sull’amico gay, sui bambini, sull’Italia.

Sanremo è come quel parente lontano a cui devi volere bene e in fondo gliene vuoi perché rappresenta un po’ di te, un po’ delle tue radici. Il punto è che a un certo punto si deve decidere se crescere o invecchiare: la manifestazione percorre i suoi anni e, tuttavia, continua a riproporre i valori dello stereotipo italiano, dalla composizione musicale – sia mai che la musica made in Italy si sia evoluta in tutto questo tempo – alla successione dei personaggi.

Cosa faccio, quindi? Ignoro l’evento. Ne ascolto i brani, ma sarebbe impossibile guardarlo: io su quel palco vorrei vedere il nuovo che avanza. Vorrei vedere la vecchia leva che fa spazio ai giovani. Vorrei vedere il passato rielaborato, miscelato col presente, per conservarne il valore storico, sia a livello musicale che non.

E quindi quando penso a Sanremo ne ricordo la musica, i brani che hanno fatto la storia del canto all’italiana e quelli che per me hanno rappresentato un ricordo ben preciso: da Non Amarmi di Francesca Alotta e Aleandro Baldi, rigorosamente cantata come “non amarmi perché vivo a Londra” e conseguenti dubbi circa il perché non si potessero amare le persone londinesi, a Brutta di Alessandro Canino, meglio nota al mio cervello come la canzone che mia madre mi cantava quando ero bambina e piangevo per qualche capriccio. E poi Luce di Elisa, che ascoltavo in loop da pre-adolescente alle prese con le mie prime cotte a Come Saprei di Giorgia – che può definirsi la I Will Always Love You di casa nostra – che tutt’oggi mi fa partire un’indescrivibile voglia di agguantare un microfono e lanciarmi in un acuto che farei tremare l’Ariston – da Milano. Potrei continuare all’infinito… a scrivere Fiumi di Parole. Ma forse è meglio che le faccia cantare ai Jalisse.

Scritto da Redazione