Documentary Now! è una serie tv composta da parodie di documentari più o meno famosi. Attenzione: non si tratta di episodi concatenati che parodiano un singolo documentario o genere, come potrebbe essere American Vandal, ma di episodi singoli da 25 minuti ciascuno, ognuno dedicato a un singolo documentario. Al di là della qualità della serie, che sto amando, quello che mi stupisce è che esista. Mi spiego.

I film documentario non hanno mai raggiunto il successo mainstream dei film di fiction ma, grazie al connubio realtà-finzione che li contraddistingue e permentte una particolare sperimentazione del linguaggio, hanno sempre goduto di un pubblico appassionato e preparato ma parecchio di nicchia. Con questa premessa sembra abbastanza incredibile che Bill Hader, Seth Meyer e Fred Armisen, i creatori della serie, siano riusciti a convincere i produttori a dare vita alla serie. Forse il successo di diverse docu-serie prodotte d Amazon, Netflix (Felice ne ha giusto raccolti alcuni in questo pezzo) e altri produttori negli ultimi anni li ha aiutati a far capire che il documentario è un genere parecchio vitale e pieno di potenziale. O forse li hanno convinti facendoli ridere.

Di sicuro la serie, giunta per ora a due stagioni, ha alcune caratteristiche che devono averla resa appetibile ai produttori: il cast vede sempre Hader e Armisen, due tra i più malleabili comici della loro generazione, come protagonisti, ogni stagione è composta da solo 8 episodi di 25 minuti ciascuno e ogni episodio mima in maniera perfetta l’estetica del documentario che parodizza. In un periodo in cui di film e show ce ne sono semplicemente troppi, scegliere di essere concisi può essere una scelta efficace per posizionarsi nel maelstrom di produzioni. Credo però che la scelta sia soprattutto artistica.

Avere solo 8 episodi costringe gli autori a fare una cernita molto serrata dei titoli da omaggiare, e avere solo 25 minuti costringe a tagliare via tutto il superfluo andando al nocciolo di quanto rende davvero interessanti i documentari originali. Togliendo e togliendo, il trio di autori arriva a cogliere i pochi tratti essenziali della storia che vogliono raccontare e soprattutto i piccoli tic e ossessioni dei loro pratogonisti. Ma se questa è solo tecnica e formattazione, quello che rende Documentary Now! una serie da provare è il tono che gli autori hanno deciso di dare agli episodi.

Il terribile trio Hader-Armisen-Meyer decide infatti di rendere ogni episodio il più simile possibile al documentario originale per quanto riguarda la messa in scena: costumi, formato dell’immagine, bianco e nero o colori a seconda del caso, musiche, ritmo e soprattutto l’interpretazione dei personaggi. Proprio quest’ultimo punto risulta, credo, fondamentale nel rendere divertente la serie e creare l’umorismo che permea ogni episodio.

Le canzoni ideate per fare il verso ai Talking Heads dalla finta band Test Pattern non sono affatto male.

Scegliendo di recitare ricalcando il più possibile il carattere e l’intepretazione dei personaggi/persone originali, Hader e Armisen (Meyer rimane sempre dietro le quinte) non sfociano mai nella parodia urlata, sguaiata e clownesca ma giocano sempre sulle sfumature sottilissime affidandosi a quello che è il vero motore del divertimento: la scrittura della serie. Gli autori vanno a calcare con idee, situazioni e parole esagerando giusto uno o due gradini appena più su del materiale d’origine,  riuscendo sempre a trovare il meccanismo comico in idee che sono sì assurde ma raccontate sempre e comunque con il pathos e il realismo di un documentario vero e “serio”.

Tra gli esempi migliori ci possono essere Juan likes rice and chicken e The Globesmen, parodia rispettivamente di Giro Dreams of Sushi e di Salesman. Se nel primo il sushi viene sostituito da un banalissimo piatto di riso al burro e petto di pollo, nel secondo le bibbie vendute nell’originale sono sostituite da prosaici mappamondi che i protagonisti cercano di piazzare lungo gli USA. A non cambiare sono l’ossessione quasi mistica per la preparazione del miglior riso e pollo possibile e le difficoltà pratiche e le crisi esistenziali dei venditori porta a porta, raccontate entrambe con il piglio serio e, beh, documentaristico che ci si aspetterebbe da una storia seria se non quasi drammatica.

Questa fortissima frizione tra tono alto e premessa ridicola, che trovate in ogni episodio, rende Documentary Now! una serie tanto esilarante quanto elegante, grazie di nuovo alla messa in scena curatissima che vi permette di godervi ricostruzioni da veri appassionati anche di pezzi di storia del cinema come Nanook, film che raccontò la vita dell’omonimo eschimese al grande pubblico el 1922. Proprio questa cura quasi ossessiva per l’aderenza al materiale di origine credo potrebbe invogliare gli spettatori a recuperare i documentari veri, un po’ per fare un paragone estetico con le parodie, un po’ perché magari si rimane incuriositi di sapere se gli originali sono più o meno assurdi delle versioni di Documentary Now!.

Il 20 febbraio arriva la terza stagione, dopo una pausa di 3 anni, che godrà di nuovo delle introduzioni in ciascuno episodio di Ellen Mirren, perfetta nel ruolo di host di grandissima classe che presenta la serie con la gravitas che ci si aspetterebbe per un documentario della BBC. Il primo episodio si intitolerà Batsh*t Valley e prenderà spunto da Wild Wild Country e The Source Family.

 

 

Scritto da Davide Costa

Scrivo fumetti e altre cose fiche per Walt Disney, Sergio Bonelli e altre case editrici fiche. Ho una newsletter in cui parlo del mio lavoro, Appunti dal tavolino di un bar, a cui potete iscrivervi qua: http://tinyletter.com/DavideCosta